Testimoni giustizia, Crocetta: “Stato trovi una soluzione per tutelarli”. Il caso Vaccaro...

Testimoni giustizia, Crocetta: “Stato trovi una soluzione per tutelarli”. Il caso Vaccaro Notte

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Rosario Crocetta con la testimone di giustizia, Piera Aiello

“Lo Stato trovi una soluzione per i testimoni di giustizia come ha fatto la Regione Siciliana. Non è ammissibile che nel 2015 ci siano persone condannate a morte, vivendo una specie di fatwa medievale, una minaccia permanente della criminalità organizzata. Non bisogna aspettare che qualcuno li faccia saltare in aria. E’ necessario dare il senso che lo Stato c’è, che i cittadini sono con loro”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, partecipando su Rai 2 a “I Fatti Vostri”. Crocetta ha lanciato la proposta di riservare alcuni appalti “a chi oggi rischia la propria vita”, in maniera che le aziende di chi ha testimoniato contro la mafia non falliscano.E poi c’è la storia di Angelo Vaccaro Notte che è questa: Prima, in Sicilia, in un piccolo centro dell’Agrigentino, Sant’Angelo Muxaro, aveva 26 attività commerciali e due fratelli. Ma oggi Angelo, 51 anni, 4 figli, testimone di giustizia da 15 anni, si ritrova a non avere più né le attività commerciali, che ha dovuto chiudere, né i due fratelli, che sono stati uccisi dalla mafia nel ‘99 e nel 2000. Una storia dolorosa ma non isolata quella di Angelo, siciliano di un paese della provincia di Agrigento. Anche lui è nel gruppo dei tredici testimoni di giustizia che la Regione siciliana, in virtù di una legge approvata dall’Ars, ha assunto nei giorni scorsi. Ma il paradosso è che lui in Sicilia non può rimettere piede per motivi di sicurezza. Per denunciare situazioni come la sua e quelle di tanti altri testimoni di giustizia – persone che hanno scelto di non sottostare a racket, ricatti e soprusi e denunciare – il deputato del Pd Davide Mattiello, componente della Commissione parlamentare Antimafia, dove coordina il gruppo di lavoro su testimoni, collaboratori e vittime di mafia, ha scritto oggi una lettera aperta al premier Matteo Renzi in cui chiede maggiore attenzione a queste persone, “perchè sentano di essere nel cuore delle preoccupazioni dello Stato e non un peso mal sopportato”. “Ero un imprenditore ricco, felice e fortunato – racconta Angelo – e con i miei fratelli ho fatto fortuna in Germania. Siamo rientrati in Italia negli anni ’90 e nella nostra terra, la Sicilia, abbiamo cercato di aprire una attività commerciale. Subito – prosegue il racconto – ci sono stati problemi: il nostro negozio avrebbe fatto concorrenza ad un altro il cui titolare era appoggiato dalla politica locale e sono passati anni prima che ci venisse concessa la licenza. Ma il peggio – aggiunge – è arrivato quando uno dei miei fratelli ha avuto l’idea di aprire un’agenzia di onoranze funebri. Nel paese ce n’era un’altra senza autorizzazioni ma appoggiata dalla mafia provinciale. Io in quel periodo iniziai a denunciare la corruzione, il malaffare, le collusioni tra mafia e politica, il sistema della spartizione degli appalti. Prima mi furono uccisi i cani. Nel ‘99 e nel 2000 furono uccisi i miei fratelli. Il primo lasciò la moglie, il secondo moglie e tre figli”. Da allora Angelo – che ha raccontato agli investigatori i retroscena dei due omicidi e con le sue denunce ha fatto dimettere un sindaco e ha portato all’arresto di noti mafiosi latitanti, alla scoperta di un traffico di armi e droga, di appalti pilotati e corruzione politica – ha lasciato la Sicilia, ha dovuto chiudere tutte le sue aziende e, con la sua famiglia, è entrato nel programma speciale di protezione. “Vuole la verità? Mi dispiace essere nato in Italia”, dice. Ma il suo non è un caso isolato.

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