Agrigento gestita “con i piedi”

Agrigento gestita “con i piedi”

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I loculi di Agrigento

Ad Agrigento, sin dal dopoguerra e senza soluzione di continuità, il territorio, l’urbanistica, l’ambiente, le infrastrutture – senza eufemismi – sono stati gestiti “coi i piedi”.

Ogni “stagione” cultural-politica , infatti, si è caratterizzata per il pessimo contributo apportato a una terra che meritava e merita molto di più. Dall’era dei “tolli” che in pochi anni cinturarono un centro storico bellissimo riducendolo in miseria, all’era dell’unico lungomare che non consente la vista del ….mare. Il colpo d’occhio che oggi forniscono interi quartieri abusivi – in una città il cui numero di domande di sanatoria edilizia è pari o superiore al numero di famiglie residenti – era prevedibile quando la politica chiudeva entrambi gli occhi e, forse, agevolava l’edilizia spontanea? Era prevedibile che questi cittadini avrebbero prima o poi preteso, non si sa bene secondo quale priorità, di ottenere una sanatoria, ma anche le fogne, l’acqua, la pubblica illuminazione, i marciapiedi e tutti gli altri elementi di civiltà? Ed era prevedibile che i denari per realizzare le opere di urbanizzazione per le costruzioni regolari non sarebbero mai bastati, perché nel frattempo venivano dispersi in opere pubbliche inutili o – più di recente – per pagare tanti, troppi, stipendi o indennità? Era troppo complicato, nel costruire un quartiere per migliaia di persone, il Quadrivio Spinasanta, collegarne le fognature al depuratore , piuttosto che convogliarle, per decenni, nei valloni e nei fiumi? Ed era del tutto impensabile che insediando 10.000 persone al Villaggio Mosè, quel piccolo depuratore sorto per 2000 abitanti, si sarebbe ben presto rivelato “leggermente” inefficace , inquinando il mare? Quando si costruivano tutte le scuole superiori al Calcarelle ( dove pure non sono mai state realizzate le fognature), si rifletteva sul fatto che i ragazzi a scuola vanno con il bus e che tali mezzi hanno bisogno di carreggiate ben larghe per fare manovra? Si potrebbe continuare ad libitum , tante e tali sono le scelte sbagliate o scellerate , le disattenzioni , le omissioni , nell’ambito di una gestione del territorio che oggi ci consegna una città ferita a morte, per nulla vivibile, in cui l’essenziale manca e non si vede neppure all’orizzonte.

E agli agrigentini non è andata meglio quando la pessima gestione della cosa pubblica è stata vagliata in ambito giudiziario. Se, da un lato, è sacrosanto rivolgersi alla Giustizia per chiedere conto e ragione di una malefatta, dall’altro non sempre (anzi, quasi mai!) la tempistica processuale è compatibile con i bisogni urgenti, immediati, di una città e del suo territorio. Per non parlare di chi ha utilizzato o utilizza pretestuosamente la vicenda giudiziaria , sottraendosi alle responsabilità connesse al proprio ruolo, politico o amministrativo. E il caso dell’abusata frase, vero e proprio alibi dei nostri giorni, secondo cui è prassi omettere atti del proprio ufficio perché “c’è un indagine in corso” , o dell’evergreen “siamo fiducioso nell’operato della magistratura”, utilizzate per rinviare scelte cruciali , per tergiversare, per prendere tempo.  Non solo, ma nei fatti, si corre il rischio di attribuire alla magistratura un ruolo che la Costituzione non gli ha mai dato, ossia quello di operare le scelte migliori per il proprio territorio, per l’ambiente, per i centri storici e le periferie. Un complesso di funzioni, dalla programmazione all’azione, che prevedono conoscenza, dedizione, tempestività. E che competono soltanto a chi amministra la cosa pubblica o perché pubblico dipendente di un ente locale. Perché dalle sentenze penali o amministrative possano derivare nuove e migliori prassi , poi, occorrerebbe una società realmente evoluta, che partecipi sin dalla propria base alla formazione degli atti, alla programmazione, alle scelte politiche. Una cittadinanza che riesca a cogliere , dalle risultanze giudiziarie, quegli elementi di interesse generale che consentono di cambiare rotta, gli anticorpi necessari a non rifare le stesse scelte errate. E la nostra, certamente, non lo è ancora. La conseguenza? Alle sentenza, ancora oggi, seguono liti, interpretazioni teoriche, scuole di pensiero, che nulla di buono fanno sperare. E poi ci sono i paradossi. Negli anni successivi alla frana del 66’, quando la scandalosa gestione del territorio degli anni 50 e 60 approdò in Tribunale, ne uscì addirittura fortificata. Nessun reato fu mai provato. E dire che sarebbe bastata solo una rullina metrica per stabilire quanto fossero alti quei palazzoni , che dopo 50 anni sono ancora lì, a fare bella mostra di sé.

Non serviva né servirebbe alcun magistrato alcun magistrato, ma solo un po’ di solerzia, per demolire gli abusi insanabili, piuttosto che incoraggiarne tanti altri, garantendo la permanenza di tanti scheletri e troppi simboli di quella pessima stagione. E percorrendo quella “via giudiziaria” alla gestione del territorio che tante incertezze, speranze, delusioni, vane attese ha prodotto e produce. Ad ogni livello politico, amministrativo e culturale, ognuno svolga il suo ruolo, sappia assumersi le proprie responsabilità , sappia programmare il futuro di una terra che merita molto di più. Senza delegare altri ciò che toccherebbe fare a ciascuno di noi.

di Giuseppe Riccobene

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