Omicidio Di Salvo: quando a Licata si parlava con le armi

Omicidio Di Salvo: quando a Licata si parlava con le armi

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La via Santa Maria, luogo del delitto

La via Santa Maria, luogo del delitto
La via Santa Maria, luogo del delitto

Benché poco o nulla se ne sia scritto e una sola volta ricordato, dal Circolo culturale Piazza Progresso nel 2012, anche lui è una vittima del decennio di sangue che dalla fine degli anni quaranta a quella dei cinquanta sconvolse Licata. Non c’entra affatto con il regolamento dei conti interno alla mafia tra il 1956 e il 1959.

Vincenzo Di Salvo – trentadue anni, incensurato, padre di due bambini – viene ucciso perché sta dalla parte della legalità e reclama i diritti dei lavoratori. Faceva parte della Lega degli edili del sindacato unitario: lavorava onestamente e guidava lo sciopero per avere gli arretrati che la ditta Iacona negava a lui e ai suoi compagni di lavoro. Un articolo dell’Unità del 19 marzo 1958 riporta il fatto, la dinamica e il movente dell’omicidio, avvenuto alle ore 21 del giorno prima.

La via Santa Maria, luogo del delitto
La via Santa Maria, luogo del delitto

Sparatorie e omicidi erano allora all’ordine del giorno. Nemmeno la politica ne venne risparmiata, con l’omicidio impunito del vicesindaco democristiano Giovanni Guzzo, tre anni prima. E Renato Candida in Questa mafia, pubblicato nel 1956, scrive: “Licata, perno centrale dell’inserimento dei mafiosi nei settori economici, conta circa 37 mila abitanti ed è il centro più grosso della provincia dopo Agrigento… L’economia del paese si basa sulle attività agricole e sulla pesca, e la mafia sfrutta contadini e pescatori fino all’inverosimile”.

Era il comandante del Nucleo provinciale dei carabinieri e Leonardo Sciascia, che lo conobbe personalmente, s’ispirò a lui per la figura del capitano Bellodi del Giorno della civetta.

Questa mafia, primo libro del carabiniere scrittore, si occupa del fenomeno mafioso in varie città: da Sciacca a Canicattì, da Favara a Licata. Dove, proprio nell’anno in cui esce il libro di Candida, viene ucciso il massaro Angelo Lauria. La famiglia mafiosa s’era divisa e il vecchio capo fu il primo a cadere la sera dell’undici marzo, una domenica, all’angolo di corso Umberto e di via Corsica, di fronte alla propria abitazione. È una storia di sessant’anni fa, molto conosciuta a Licata, che ebbe i suoi arresti, il suo processo a Salerno e i suoi colpevoli condannati. Ma anche reazioni a catena che portarono nei tre anni successivi all’eliminazione reciproca dei restanti membri della cosca fino a scompaginarla del tutto. Il passaggio dalla campagna alla città era stato esiziale per la mafia licatese.

Gli storici locali e i giornali del tempo, prodighi su questi fatti, non hanno riservato la stessa attenzione all’omicidio di Vincenzo Di Salvo. A parte l’Unità, che aveva un occhio di riguardo per le ingiustizie e i soprusi nel mondo del lavoro e per i sindacalisti che ci rimettevano la pelle, senza alcuna tutela e contro un potere criminale molto più forte di loro.

Licata viveva i suoi primi dodici anni di democrazia e di conquiste presto illusorie come quella dell’acqua, di vecchia economia legata allo zolfo, alla miniera di Passarello vicina alla chiusura, alla Montecatini, e delle prime speculazioni edilizie. La ditta Iacona si era aggiudicata l’appalto per le fognature pubbliche e le stava costruendo. La sinistra unita, con la lista Faro, aveva vinto le elezioni del 27 maggio 1956 e amministrava per la prima volta, sia pure con evidenti limiti.

In questo contesto – da rivisitare e studiare non solo nei suoi aspetti storici – viene ucciso Vincenzo Di Salvo. E i sospetti – si legge nelle scarne cronache del tempo – ricadono su un noto mafioso. Un mafioso che si muoveva fuori dalle due famiglie, peraltro in quel momento indebolite dai loro morti ammazzati e dagli arresti dei superstiti.

Lo sciopero dei lavoratori per avere i salari arretrati pareva aver dato i risultati sperati. La ditta Iacona, presenti il sindaco e il maresciallo dei carabinieri, s’era impegnata con Di Salvo e con la lega degli edili a saldare il dovuto, previa sospensione dello sciopero, nei primi giorni della settimana successiva all’accordo. Che non venne rispettato. E così lo sciopero riprese. Finché una sera d’inizio primavera Vincenzo Di Salvo, che lo guidava, non venne freddato con un colpo di pistola al petto vicino alla scala che collega via Marconi con via Santa Maria. Non fu il solo sindacalista ucciso in Sicilia in quegli anni. Ma è quello salito meno di tutti agli onori della cronaca.

 

 

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