Agrigento

Vicenda assunzioni alle Poste, Alfano: “Non mi dimetto”

Al centro il caos regna sovrano e il chiarimento, al momento, è solo rimandato. Angelino Alfano sente sempre più scricchiolare le assi su cui poggia il suo partito. Ma in questo momento la ‘grande paura’ arriva da un’altra parte: da quelle inchieste giudiziarie in cui il suo nome è finito insieme a quello del padre e del fratello. Niente di penalmente rilevante, come il ministro dell’Interno continua a ribadire. Anche oggi, infatti, parla di elementi che “i magistrati avevano scartato dopo aver studiato” e definisce “barbarie illegale” quelle intercettazioni spiattellate sui giornali da cui risulta che suo padre avrebbe mandato 80 curricula sollecitando assunzioni alle poste. Il responsabile del Viminale arriva alla Camera per rispondere al question time ed evita di replicare alle domande dei giornalisti. Ma dentro e fuori dall’aula si intrattiene con alcuni deputati fedelissimi: Enzo Garofalo, Paolo Alli, Nino Bosco, Dore Misuraca. Ed è a loro che dice di non avere alcuna intenzione di dimittersi, che non ci sarà un ‘Lupi 2’. Ma nonostante i tentativi di rassicurazione, Alfano confessa ai suoi la preoccupazione per quello che teme possa essere solo l’inizio di una campagna contro di lui. La paura è che ogni giorno sbuchi sui giornali qualcosa di nuovo, delegittimante anche se non di rilevanza penale, una goccia cinese per indebolirlo. Lui, ma anche il governo. Perché il ragionamento tra gli alfaniani è esattamente questo: si colpisce il ministro dell’Interno perché se cade lui cade anche l’esecutivo. Ed è questo fronte a preoccupare davvero il responsabile del Viminale, più che le richieste di dimissioni o le annunciate mozioni di sfiducia. Di certo, in questo momento è un leader più debole che non può contare nemmeno su un partito compatto. Soprattutto a palazzo Madama dove l’influenza (e il potere di ‘ricatto’) di Area popolare è più consistente. La riunione con i senatori già prevista per ieri sera e poi slittata, dovrebbe tenersi la settimana prossima. Ma nel gruppo ci si comincia a contare. Gli uomini più vicini ad Alfano si dicono sicuri che alla fine la pattuglia dei ribelli si ridurrà. “Se se ne vanno – sostiene per esempio Paolo Alli – secondo me al massimo saranno due o tre”. Voci di corridoio dicono che sarebbero invece tra i 6 e gli 8 gli uomini vicini a Renato Schifani pronti a ‘staccarsi’ per dare vita all’appoggio esterno, tappa di un percorso che li dovrebbe riportare alla casa madre di Forza Italia. Per ora, tuttavia, soltanto Roberto Formigoni e Giuseppe Esposito dichiarano pubblicamente che a loro giudizio Ncd dovrebbe uscire dalla maggioranza. Incalza il vicepresidente del Copasir a ‘Repubblica’: “Dobbiamo uscire dal governo. Quando? Già domani. Renzi non reggerebbe? Non è un mio problema”. La sensazione negli alfaniani è che i ribelli stiano cercando di alzare il prezzo, per ottenere da Renzi qualche garanzia in più, soprattutto sulle modifiche dell’Italicum, ma che al dunque in pochi avrebbero il coraggio. Di certo nel partito ci sono due diverse visioni su cosa fare ‘da grandi’: Alfano, insieme a Beatrice Lorenzin, crede nella necessità di far nascere un nuovo polo centrista, altri, come per esempio Maurizio Lupi, guardano più al modello Milano. Il vero discrimine è però nei tempi: la fronda preme perché la rottura avvenga da subito, senza attendere il referendum come ha chiesto Alfano.

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