Cosa nostra agrigentina, 7 mandamenti, 42 famiglie. “Boss scarcerati rivendicano il comando”.

Cosa nostra agrigentina, 7 mandamenti, 42 famiglie. “Boss scarcerati rivendicano il comando”.

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Dalla relazione della Dia, Direzione investigativa antimafia, del secondo semestre del 2015, arriva la fotografia delle consorterie mafiose in provincia di Agrigento. Cosa nostra agrigentina, scrive la Dia, si presenta, nei profili essenziali, un’organizzazone unitaria, pienamente operativa ed inserita nel sistema mafioso della Sicilia occidentale, di cui riflette dinamiche e criticità. Quanto alle aree d’influenza, cosa nostra agrigentina risulta essere strutturata su 7 mandamenti e 42 famiglie. Procedendo con la descrizione delle dinamiche che caratterizzano attualmente l’area, dalle attività info-investigative si rileva come sia in atto un fisiologico riassetto degli equilibri interni, determinato in buona parte dall’arresto dei capi dell’organizzazione e dalle scarcerazioni di importanti sodali. Questi ultimi, tornati in libertà, rivendicherebbero sovente le precedenti posizioni di comando, incidendo significativamente sugli organigrammi delle famiglie e conferendo duttilità all’organizzazione, che conserva tuttavia le proprie potenzialità criminali.

Una chiave di lettura degli andamenti criminali della provincia viene dall’operazione “Icaro”, che ha consentito, tra l’altro, di documentare il consolidamento dell’alleanza tra i sodalizi agrigentini e quelli palermitani e, in particolare, di fare luce sui contatti tra il capo della famiglia di Santa Margherita Belice e gli emissari del supermandamento di San Giuseppe Jiato e Partinico.

Le investigazioni hanno inoltre fornito un quadro aggiornato della situazione sui vertici e organigrammi delle famiglie mafiose di S. Margherita Belice, Ribera, Cianciana, Montallegro, Campobello di Licata, Agrigento e Porto Empedocle, in grado peraltro di alterare gli assetti imprenditoriali e sociali del territorio, anche sotto il profilo del condizionamento della cosa pubblica.

Un condizionamento che passa necessariamente, anche in questa Provincia attraverso la corruzione dei soggetti appartenenti alla Pubblica Amministrazione e al mondo economico-finanziario.

L’attività estortiva in danno di imprenditori, commercianti ed altri operatori economici rappresenta ancora la forma delittuosa più ricorrente e redditizia, fondamentale per la sussitenza dell’organizzazione stessa, in quanto garantisce una cospicua fonte di liquidità ed allo stesso tempo un capillare controllo del territorio. E’ noto, peraltro, come la realtà mafiosa agrigentina mantenga propaggini, storicamente trapiantete, nel continente nordamericano, oltre che in Europa, le quali costituiscono presidi operativi per i maggiori traffici illeciti internazionali, fornendo peraltro supporto logistico a sodali che intendono sottrarsi a conflittualità interne o in caso di latitanza. E’ il caso dell’arresto, avvenuto nel mese di settembre in Germania, di uno dei tre responsabili di un omicidio di chiara matrice mafiosa, commesso a Licata in data 1 gennaio 2015, rintracciato a Colonia dove si era rifugiato dopo il delitto, trovando ospitalità tra esponenti crimiali ivi emigrati.

Significativa risulta, ancora, l’influenza nelle dinamiche criminali provinciali della componente straniera, in continua crescita e composta da soggetti prevalentemente provenienti dal Nord Africa. Gli stessi sono dediti ad attività di carattere predatorio (rapine e furti in abitazione), alla ricettazione di materiale ferroso ed allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina. I circuiti mafiosi attingono a questo bacino di criminalità di minor spessore per assegnare compiti di manovalanza, specie per lo spaccio di sostanze stupefacenti, l’approvvigionamento e la distribuzione, anche fuori Regione, restano invece appannaggio dell’organizzazione.

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