Sicilia, abolizione delle Province: quattro anni di ritardi e prese in giro

Sicilia, abolizione delle Province: quattro anni di ritardi e prese in giro

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Rosario Crocetta, governatore della Sicilia

Elezioni a fine febbraio, quando si celebrerà il quarto anniversario dell’annuncio di Crocetta da Giletti: “Abbiamo abolito l’ente”. di Accursio Sabella (LiveSicilia.it)

PALERMO – Una buffonata durata quattro anni. Il prossimo 26 febbraio si voterà (forse) per l’elezione degli organi delle ex Province siciliane. Una settimana dopo, ricorrerà il quarto anniversario dell’annuncio di Crocetta all’Arena di Giletti: “Aboliremo quegli enti”. Una promessa che fu rilanciata il 19 marzo sempre del 2013, quando l’Ars si limitò a cambiare il nome in “Liberi consorzi”, a cacciare le giunte e i consigli eletti dai cittadini e a sostituire gli organi democraticamente eletti con Commissari fedeli al governatore.

Da allora, per intenderci, non è cambiato nulla. O meglio, non è stato compiuto un passo in avanti. Ma molti, moltissimi indietro. Perché la riforma delle Province, quella lanciata sulla rete ammiraglia della Rai, di fronte a milioni di italiani, non è mai stata compiuta. Un governo fatto di una quarantina di assessori che si sono avvicendati solo per logiche di partito e di fazione, non ha mai concluso quella riforma. Al punto da dovere, grottescamente, sottoscrivere l’impegno – contenuto nell’altro accordo capestro con lo Stato sulla revisione dello Statuto siciliano – di applicare in Sicilia, e totalmente, la riforma nazionale, la legge “Delrio”.

E allora, a che è servito quell’annuncio nella trasmissione di Rai uno? A nulla. E a nessuno. Anzi, a qualcosa e a qualcuno. Al governo regionale in carica, ad esempio, che si è “preso”, senza passare dalle elezioni di questi enti, il controllo di istituzioni che spesso hanno recitato un ruolo chiave in altre “partite” per il potere. Basti pensare agli effetti sulla scelta degli amministratori degli aeroporti siciliani, dove i “voti” sono giunti appunto da commissari di Crocetta, delle ex Province, appunto, ma anche delle Camere di Commercio.

A cosa è servito, allora, quel bluff? Certamente a dare una spinta alla retorica della rivoluzione, dove in tanti – anche noi giornalisti – sono caduti. In quei giorni, persino il Movimento cinque stelle brindava con Crocetta a quell’annuncio. Senza comprendere che quello era solo l’inizio di un disastro.

Perché in realtà, la riforma questo governo non l’ha mai fatta davvero. Non è mai stato capace, insomma, di costruire un impianto normativo che prevedesse il trasferimento di funzioni e costi, che disegnasse il futuro del personale degli enti. Ai quali l’assemblea regionale, ieri, ha regalato altri quattro mesi di incertezza, di timori. E mentre Crocetta, in questi tre anni e mezzo che diventeranno quattro, cambiava assessori (dalla Valenti a Leotta causa rimpasto politico, da Leotta a Pistorio a causa delle difficoltà stradali dell’assessore dimissionario, da Pistorio a Lantieri per l’ennesima ‘giunta della svolta’), crollava tutto. Crollavano le strade, senza i soldi per la manutenzione. Soldi che venivano solo in parte, in minima parte, allocati nei bilanci, salvo poi essere utilizzate (le stesse, identiche somme) per garantire gli stipendi. Intanto, senza soldi i portatori di handicap non erano nemmeno nelle condizioni di andare a scuola. Scuole che a loro volta non avevano un euro per la manutenzione minima. Un disastro. Dovuto proprio ai ritardi di un governo incapace di andare oltre lo slogan in Rai, e di portare a termine qualcosa di concreto. Una legge. Senza quella, infatti, la Sicilia è finita fuori dalla ripartizione che lo Stato ha compiuto per le Regioni. Alla Sicilia non è toccato nulla. E così, la situazione economico-finanziaria degli enti è diventata così grave che persino un paio dei commissari scelti da Crocetta hanno deciso di dimettersi: “Qua non c’è niente da fare”.

Ma sul disastro delle Province, ecco solo giochi di potere e di vanità. Quelli, ad esempio, che hanno spinto Crocetta, in questi anni, a piazzare lì, come se fosse il signore assoluto di quelle contee, amici e fedelissimi. Da quell’Antonio Ingroia inviato a Trapani e stoppato dall’Autorità anticorruzione per “cumulo di cariche”, al suo capo di gabinetto Giulio Guagliano inviato a Caltanissetta in modo che si sapesse “nella mia provincia a chi fa riferimento il Commissario”.

Una vergogna durata tre anni e mezzo e che ne durerà almeno quattro. E come spesso è accaduto in questi anni, dopo aver fatto il “grosso” del lavoro (ossia del disastro), Crocetta ha lasciato ai suoi alleati il compito di completare l’opera, di piazzare la celebre ciliegia sull’apice di questa torta triste. La scelta dell’Assemblea regionale di rinviare le elezioni di altri quattro mesi, dopo averne fissato la data già in clamoroso ritardo, aggrappandosi ad apparenti problemi tecnici che ovviamente, in appena tre anni e dopo aver concluso una semplice “ricopiatura in bella” di una legge fatta da altri nessuno aveva previsto, per nascondere il problema vero, che è tutto politico, è l’ultimo sfregio ai siciliani. Ai quali è stato tolto il voto, le strade, le scuole. E ai quali resta in mano l’ennesima pagliacciata della maggioranza, e qualche commissario stanco, simbolo di questo tramonto. Di questa legislatura di fallimenti.

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