“Mi chiamo Giuseppe Tuzzolino e voglio parlarvi di mafia, massoneria e affari”

“Mi chiamo Giuseppe Tuzzolino e voglio parlarvi di mafia, massoneria e affari”

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Giuseppe Tuzzolino

E’ ancora oggi indecifrabile la sua posizione e il suo status di collaboratore di giustizia. 

In effetti, Tuzzolino lo diventa nel 2015 e, di conseguenza, viene inserito nel programma di protezione. Il suo arresto, avvenuto dopo un grosso scandalo di tangenti all’interno dell’Ufficio Tecnico del Comune di Palma di Montechiaro, è datato 2 giugno 2013. Subito dopo il patteggiamento della pena l’architetto decide di collaborare con gli inquirenti per paura, a detta sua, di esser finito nel mirino di esponenti delle cosche che lo volevano morto.

Da quel momento in poi, Tuzzolino è un fiume in piena. E non risparmia proprio nessuno.

Parla di contatti con esponenti mafiosi dell’intero panorama regionale. Parla di logge massoniche a cui aderirebbero pezzi grossi della politica siciliana, tirando in ballo nomi eccellenti. Parla, ancora, di appalti truccati, tangenti, fiumi di soldi spostati per vincere quell’appalto piuttosto che un altro. Accusa parenti, accusa amici, accusa ex suoceri dei reati più indicibili.

Tuzzolino, addirittura, parla anche di Matteo Messina Denaro. 

Secondo una delle sue tante dichiarazioni rilasciate, l’ex architetto agrigentino si sarebbe addirittura incontrato con il padrino di Castelvetrano in Spagna per consegnargli una tangente da 300.000€. Indica e fornisce un indirizzo di un appartamento nel centro di New York dove, all’interno di una cassaforte, sarebbero stati occultati dei documenti riconducibili a “Diabolik” (mai trovati). Tuzzolino, come detto, è un fiume in piena. Racconta di summit organizzati per condizionare le elezioni a Palma di Montechiaro e di come fossero presenti diversi esponenti, anche di famiglie ormai residenti in Germania, per concordare le prossime mosse. Quel che oggi appare certo è la testimonianza di Tuzzolino nel procedimento a carico dell’ex governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.

Poche sono le cose certe che aleggiano intorno alla figura di Giuseppe Tuzzolino: c’è chi lo considera un pentito chiave nelle più importanti vicende di collusione tra mafia, politica e imprenditoria; chi, invece, lo ritiene un calunniatore in cerca di protagonismo e riflettori.

Ma chi è Giuseppe Tuzzolino?

Lo facciamo dire a Tuzzolino stesso riportando le stesse parole da lui pronunciate nel corso della prima uscita pubblica e davanti alla Terza sezione della Corte d’appello di Catania (siamo nel maggio scorso a Catania nell’ambito del processo a carico dell’ex governatore di Sicilia, Raffaele Lombardo):

Nell’aula bunker numero tre del penitenziario catanese di Bicocca irrompe, dunque, il super-pentito agrigentino che, dal 2013, collabora con gli inquirenti. E, finora, di cose ne ha detto tante Giuseppe Tuzzolino.

Architetto, dirigente di una società che si occupava, in maniera esterna per il Comune di Palma di Montechiaro di sanatorie edilizie, Tuzzolino per anni ha gravitato intorno al mondo della politica, degli affari, dell’imprenditoria.

Subito dopo il suo arresto ha deciso di collaborare e da quel momento in poi ha raccontato e riempito pagine e pagine di verbali parlando, praticamente di tutto: rapporti con la mafia, appalti, droga. Parole spese anche per la primula di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro.

Adesso, dunque, la prima uscita ufficiale pubblica. Il processo riguarda l’ex presidente della Regione, Raffaele Lombardo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e già condannato, in primo grado. Tuzzolino era collegato in videoconferenza: di spalle, camicia chiara e maglioncino blu. La questione è scottante ed ormai Tuzzolino è seguito per la portata delle dichiarazioni. Se in esse risiede la verità, o sono solo frutto di fantasie, sarà appurato dagli organi preposti.

MI CHIAMO GIUSEPPE TUZZOLINOMi chiamo Tuzzolino Giuseppe, sono nato ad Agrigento il 19 aprile del 1980.” Queste le sue parole di esordio.

Il 2 Aprile 2015 ho iniziato a far parte del programma di protezione dei testimoni. Collaboro con gli inquirenti e a rendere dichiarazioni dal 2013. Quando ho iniziato a collaborare ero in carcere per diversi reati per truffa. Nel processo che mi ha visto protagonista ero imputato con altre persone e ho reso dichiarazioni a mio carico, assumendomi tutta la responsabilità. Ho patteggiato la pena. Ho reso dichiarazioni al pm Luca Sciarretta fin quando non inizio a collaborare con le autorità palermitane nel settembre/ottobre 2013 dopo aver scontato gli arresti domiciliari. Venni raggiunto da minacce personali e rivolte alla mia famiglia e, dunque, la Procura di Agrigento ha informato la Dda di Palermo. Così iniziò la mia collaborazione con gli inquirenti palermitani. Mi venne proposto subito di partire, circa una settimana dopo l’arresto. Io dapprima ho rifiutato, per ben due volte. Non era il momento giusto e, in quel momento, non mi sentivo pronto ad affrontare questa sfida, questa vita e questo status. A quei tempi non avevo nessuna intenzione di collaborare, cosa che feci poi nel 2015 con la dott.ssa Principato“.

“La mia professione è architetto e presso l’ordine degli architetti di Agrigento dal 2006 fino al momento del mio arresto. La mia attività di architetto l’ho svolta in uno studio associato amministrato da Calogero Baldo, mio ex suocero. Calogero Baldo ha avuto problemi con la giustizia a partire dal 1996, anno in cui fu arrestato per truffa nella vicenda di “Favara Ovest”, un contenzioso urbanistico che interessava molti appalti.

Personalmente ho avuto rapporti con esponenti di Cosa Nostra perché il mio ex suocero, per lavorare, era vicino alle famiglie sia di Cosa Nostra sia stiddare nel territorio agrigentino. Dico questo, perché ci occupavamo sia della direzione tecnica del cantiere sia della fase di progettazione dello stesso. Dunque, eravamo a contatto con le imprese che, in questo settore, sono quasi tutte vicine a Cosa nostra. Noi dovevamo mantenere tranquilli questi rapporti e così facevamo, tramite estorsioni se così si possono definire, che potevano riguardare sia il lato squisitamente economico ma anche di assunzioni. A volte eravamo le vittime ma spesso anche i carnefici, nel senso che Cosa Nostra diventava nostro socio per poter realizzare alcuni lavori. Cosa Nostra forniva i mezzi e sicurezza sia dello svolgimento che dell’aggiudicazione dei lavori. Gli amministratori pubblici erano espressione di Cosa nostra e quindi erano gestiti dall’organizzazione criminale e ne facevano gli interessi.

“Principalmente la nostra influenza era su Trapani, Agrigento e Catania. I nostri interlocutori mafiosi cambiavano in base all’ambito territoriale. Per quanto riguarda Catania i nostri referenti mafiosi erano la Famiglia Aiello e la famiglia Santapaola/Ercolano. Per gli Aiello ricordo due fratelli, Vincenzo e Alfio. Vincenzo non l’ho mai incontrato mentre Alfio si, a Palma di Montechiaro. Sentì parlare moltissimo di Vincenzo alla fine del 2004 quando Calogero Baldo si aggiudicò un lavoro importante a Catania tra cui quello del Policlinico di Catania. Mio suocero mi disse che gli Aiello rappresentavano il punto di riferimento di determinate zone a Catania; per altre, invece, vi erano altri esponenti come Massimiliano Salvo con cui Baldo ebbe a lavorare. Mio suocero incontrò Vincenzo Aiello ma non in Sicilia bensì in Toscana. Il motivo di quell’incontro mi è oscuro.  Io personalmente ho incontrato a Palma di Montechiaro, nel 2006, Alfio Aiello. Quest’ultimo si muoveva su Palma di Montechiaro per mettersi in contatto con esponenti di Cosa Nostra agrigentina in merito ad accordi per l’apertura e la gestione di nuovi supermercati che ricordo essere gli “Eurospin”. I rapporti principali erano tenuti con Franco Cottitto ma gli incontri avvenivano sempre con Paolo Criscimanna, che è il nipote di quest’ultimo. Io ero presente agli incontri con Criscimanna dato che eravamo sempre insieme.”

Per quanto riguarda i lavori di una società con la quale collaboravamo, che si chiama Politecnica, avevamo un rapporto più vicino alle famiglie mafiose di Catania e quindi gli Aiello. La Politecnica è una società di ingegneria che si occupa di progettazione e direzione lavori del Pronto Soccorso del Policlinico di Catania e grazie a Cosa Nostra catanese si aggiudicò anche dei lavori al Comune di Gravina di Catania

L’ingegnere Romiti venne a contatto con il geologo Barbagallo che, a quei tempi, lavorava per una società romana. Romiti era vicino agli onorevoli Lombardo Angelo e Raffaele ma anche vicino ad esponenti di Cosa Nostra. In particolare diceva che il Comune di Gravina è gestita totalmente da Cosa Nostra, si poteva fare di tutto. Io non partecipai all’appalto ma la società Politecnica se lo aggiudicò come era previsto. Personalmente vengo a conoscenza di questo appalto grazie all’ingegnere Romiti che mi porta sul posto per verificare i lavori che noi, successivamente, avremmo fatto anche nella provincia di Agrigento. Fu una specie di progetto pilota per me. 

Oltre a Barbagallo c’era un esponente di nome Biagio Stiro, reggente di Gravina. Stiro aveva agganci con due diverse amministrazioni di Gravina che si susseguirono durante i lavori di aggiudicazione. Stiro aveva agganci ovunque e, come riferito da Romiti, aveva grande influenza al Comune di Gravina. Ho incontrato solamente due volte Biagio Stiro: la prima per cercare alcune pratiche di sanatorie “insanabili” che servivano per fare del “nero” che avrebbe dovuto compensare le tangenti che servivano per pagare gli amministratori. La gestione di tutto questo era in mano alla criminalità organizzata; nella seconda occasione, Romiti accusava Salvatore Contraffatto, dirigente del Comune di Gravina, che rappresentava un problema per il proseguo degli affari.”

Tutte queste dichiarazioni, e sono solo una parte, hanno trovato puntuale smentita nel corso delle udienze successive.

Tutti  i chiamati in causa hanno malamente apostrofato il pentito portando testi e riscontri di senso contrario rispetto alle dichiarazioni rese dal pentito.

Il processo a carico di Raffaele Lombardo non si è ancora concluso. Dalla sentenza capiremo l’esatto peso, l’esatto valore che i giudici hanno dato al collaboratore di giustizia

 

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