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Canicattì, confisca beni per 7,5 milioni al gruppo Di Gioia: la Cassazione “congela” il provvedimento

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Bene sequestrato al gruppo Di Gioia capeggiato da Calogero Di Gioia

I giudici della Corte di Cassazione hanno annullato con rinvio l’ordinanza della Corte di Appello di Palermo  che, nell’aprile del 2015, aveva disposto il sequestro e la confisca dei beni e delle quote del capitale sociale dell’azienda Gioia Metallurgica s.r.l.

Giudicato inammissibile il ricorso dell’imprenditore di Canicattì i giudici della Corte di Cassazione hanno deciso che sarà necessario effettuare analisi più approfondite. Dunque il provvedimento di sequestro rimane “congelato”.

Ad apporre i sigilli, diverso tempo addietro, erano stati gli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di finanza diAgrigento che aveva confiscato beni per 7.500.000 euro all’imprenditore del settore metallurgico Calogero Di Gioia. Interessati, in particolare, il capitale sociale e beni aziendali riconducibili al 67enne ritenuto legato a Cosa nostra, come emerso dall’inchiesta “Camaleonte”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, secondo cui l’imprenditore era il collegamento tra il boss Giuseppe Falsone, all’epoca latitante e rappresentante provinciale di Cosa nostra, e il vertice dell’organizzazione allora rappresentato da Bernardo Provenzano, Antonino Rotolo, Carmelo e Giovanni Cancemi. Di Gioia, oltre a partecipare a riunioni e incontri tra esponenti mafiosi della provincia di Agrigento e Palermo, ne era il referente nella gestione di attivita’ economiche da egli amministrate nel settore della grande distribuzione alimentare e dell’edilizia, acquisendo commesse ed appalti.

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