Mafia

Stato-mafia: pentito, direttorio Cosa nostra decise stragi

Un direttorio “ristretto” composto del gotha di Cosa nostra palermitana e di qualche esponente della mafia catanese avrebbe deciso, dopo la delusione determinata dall’esito del maxiprocesso in Cassazione, la stagione delle stragi. E contro la dura e inattesa reazione dello Stato agli attentati a Falcone e Borsellino e all’introduzione del 41 bis avrebbe risposto con altre bombe. A parlarne, al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, e’ il collaboratore di giustizia catanese Giuseppe Di Giacomo, sentito oggi come imputato di procedimento connesso nell’aula bunker del carcere Ucciardone. Di Giacomo ha risposto alle domande dei pm davanti ai giudici della corte d’assise che processano ex ufficiali del Ros come Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, mafiosi del calibro di Toto’ Riina, Antonino Cina’ e Luca Bagarella, Marcello Dell’Utri, il pentito Giovanni Brusca, Massimo Ciancimino e l’ex ministro dc Nicola Mancino che risponde di falsa testimonianza. Di Giacomo ha raccontato della sua appartenenza al clan catanese dei Laudani, del suo forte legame coi boss storici della cosca e col loro luogotenente Santo Mazzei, particolarmente vicino a Bagarella in quanto entrambi di estrema destra. Un ristretto gruppo di capimafia, tra cui Riina, i fratelli Graviano e Matteo Messina Denaro – ha sostenuto – all’indomani del maxi processo, nel ’91, decise di portare avanti “un attacco al cuore dello Stato”. Si comincio’ con le stragi del ’92. “Ci aspettavamo che lo Stato capitolasse – ha detto – e invece istituzionalizzo’ il 41 bis e allora cercammo di farli tornare indietro con le bombe del ’93 a Roma, Milano e Firenze, ma anche con una serie di omicidi di rappresentanti dello Stato: carabinieri, guardie penitenziarie e atti intimidatori come il proiettile fatto trovare nel giardino dei Boboli”. Parole, quelle del pentito, che confermerebbero una delle parti centrali dell’impianto accusatorio, cioe’ che gli attentati del ’93 e la prosecuzione della strategia stragista avevano lo scopo di tenere sotto scacco lo Stato per farlo retrocedere sul carcere duro. “Graviano – ha concluso – mi disse che a un certo punto non si era andati avanti con le stragi perche’ si era trovato un accordo”.

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