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Ilaria tra i misteri d’Italia

È morta perché faceva bene il proprio mestiere.
Le domande giuste sul traffico internazionale d’armi e di rifiuti tossici in Somalia con la complicità dei servizi segreti italiani. Sono le 14,43 del 20 marzo 1994 quando la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il cineoperatore Miran Hrovatin vengono uccisi nei pressi dell’ambasciata italiana a Mogadiscio. Quella della Somalia è per noi una lunga storia di dominazione. Da colonia a protettorato italiano; poi a silenziosa zona d’influenza; infine, con l’Operazione Ibis, storia d’una guerra mascherata da intervento umanitario sotto l’egida dell’Onu.

Ilaria Alpi ha trentatré anni; Hrovatin ne ha quarantacinque. E si trovano lì per seguire la missione dell’Esercito italiano nella guerra civile somala. Film, libri, documentate inchieste giornalistiche, un monologo teatrale di Marina Senesi e persino una canzone dei Gang, “Chi ha ucciso Ilaria Alpi?”, hanno raccontato la loro tragedia. Il film è “Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni” di Vicentini Orgnani, il libro è “Passione reporter” di Daniele Biacchessi.

È una storia che comincia con uno scarno comunicato, poche righe, battuto dall’Ansa: “Somalia: uccisi due giornalisti italiani” e che si conclude, potrebbe concludersi dopo ventitré anni senza una verità processuale. La Procura di Roma ha infatti chiesto l’archiviazione delle indagini perché non esistono prove né sul movente né sugli autori del duplice omicidio e nemmeno sui depistaggi. Ma su questa decisione si attende ora il pronunciamento del Gip.

Un altro mistero italiano. Un’altra notte di buio e nebbia che allunga le sue ombre non solo nel sistema della cooperazione, non solo nei servizi segreti ma negli stessi governi degli anni Ottanta. Su cosa indagavano, cosa avevano scoperto, quali notizie i due giornalisti stavano per dare al Tg3 il giorno dell’agguato? Chi passava a Ilaria Alpi le informazioni segrete?

Lei e Hrovatin stavano indagando, secondo molte inchieste giornalistiche, su un traffico d’armi condotto da ufficiali somali e da personaggi inseriti nel programma di cooperazione tra l’Italia e la sua ex colonia. Armi in cambio del trasporto di rifiuti pericolosi nel Corno d’Africa. Tra le fonti fiduciarie della giornalista del Tg3 c’era, ci sarebbe stato l’agente del Sismi Vincenzo Li Causi, morto mesi prima. Anche lui in Somalia. Anche lui in circostanze poco chiare. Vittima di fuoco amico, secondo certe versioni, nella missione Ibis.

In tutti questi anni abbiamo seguito processi, letto tanti articoli su questa vicenda, su depistaggi e falsi testimoni. Ci siamo fatti un’idea di cos’era la Somalia del 1992-93 e di cos’è la Somalia di oggi. Ma siamo rimasti, come tante altre volte nelle più scabrose vicende italiane, senza verità. Senza verità sono rimaste le famiglie dei due inviati del Tg3.

Ilaria Alpi aveva una particolare passione per il giornalismo d’inchiesta. Conosceva tre lingue: l’arabo, l’inglese e il francese. E aveva iniziato la propria carriera come inviata di Paese Sera e dell’Unità al Cairo. Due testate storiche della sinistra. Una non esiste più e l’altra sul punto (speriamo di no) di scomparire.
mi-piace

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