Agrigento

Agrigento, al Caffè letterario della Polizia lo scandalo di un’Europa che dimentica il popolo in fuga istriano

Popolo in fuga di Lo Bono

Popolo in fuga di Lo Bono

Di certo ad Agrigento non mancano le occasioni per discutere e riflettere.
Una felice congiuntura che è iniziata con il Caffe letterario del sindaco Firetto che ha ospitato “I tragediatori” di Francesco Forgione sui professionisti dell’Antimafia.
Gli ha fatto seguito “il Caffè” promosso dalla questura di Agrigento con “Lo Stato nascosto” sui vituperi delle trattative Stato-Mafia e oggi, (siamo al secondo appuntamento dei quattro programmati), le scintille continuano a lumeggiare gli anfratti della nostra non più giovane Repubblica democratica.
Il merito è di Fabio Lo Bono, un giovane studioso del novecento che ha direzionato il cono di luce sulla sua città, Termini Imerese e racconta con una documentazione dettagliata l’accoglienza che i suoi concittadini riservarono ai profughi istriani, circa duemila.
“Italiani – scrive Lo Bono – nati nella città di Zara e di Fiume, nelle isole del Quarnaro-Cherso, del Lussino e nella penisola istriana, passate sotto il controllo slavo e che furono costrette a intraprendere un amaro viaggio alla ricerca dell’identità rubata dal vento della storia. Una pagina complessa della nostra storia che ci pone interrogativi senza tempo e che ci spinge a cercare risposte perché non si può rimanere in silenzio di fronte a tanta sofferenza per un popolo disperso senza lingua e senza patria.”
Un popolo discreto e silenzioso – aggiungiamo noi – che ha avuto in Stefano Zecchi e Giampaolo Pansa autori che gli hanno dato voce. Sono notorie la valanga di polemiche che suscitarono i loro libri. Stavolta è diverso, Lo Bono restringe l’orizzonte e macrofotografa la realtà di Termini Imerese, il paese che allora, prima con una certa diffidenza e poi con una strepitosa solidarietà, accolse i profughi istriani.
Il suo libro “Popolo in fuga – Sicilia terra d’accoglienza” è stato presentato dal “Caffè letterario” della polizia di Agrigento con l’intervento del prof, Lillo Sciortino in un incontro moderato da Enzo Alessi. L’uditorio era affollato per la presenza degli studenti del Liceo classico Empedocle che hanno ascoltato anche i tradizionali intermezzi che stavolta erano dedicati alla recita di versi della poetessa Margherita Rimi, e al cantautore Nenè Sciortino con le sue intramontabili ballate siciliane. Per la cronaca è intervenuta con una sua delicata performance poetica una bimba che ci dicono essere la nipotina dell’autore.
Con un simile libro tra le mani è facile oggi fare dell’antifascimo o dell’anticomunismo e non converrebbe nemmeno dirsi centristi perché dinanzi a tanta tragedia, non molto raccontata dai libri di storia, risulterebbe deleterio e ipocritamente “moderato”.
Lo abbiamo chiesto all’autore Fabio Lo Bono ricordandogli anche lo scandalo di due anni fa allorchè “i filibustieri di Strasburgo”, la cosiddetta Ue, ha rigettato senza motivazioni la richiesta dei profughi scacciati dalle terre orientali d’Italia e depredati dei loro beni dalle armate titine. Dopo settant’anni di lotte per vedersi riconosciuta la restituzione dei beni confiscati dagli jugoslavi in seguito alle occupazioni degli anni Quaranta, l’ultimo schiaffo è arrivato da Strasburgo.
Infatti, la Corte dei diritti dell’uomo ha rigettato definitivamente la richiesta di risarcimento degli esuli italiani. Se non fosse stato per la decisione dell’emerito presidente della Repubblica Azeglio Ciampi che istituì il “giorno del ricordo” di questi esuli pochi o nessuno parlerebbe.
“Il mio libro verte sull’accoglienza siciliana e quindi in controtendenza nei confronti di questi italiani, non di questi profughi ma di questi esuli perché erano italiani. Ha scritto bene Indro Montanelli quando dice che questi italiani sono stati italiani doppi perché non solo erano italiani vissuti in terre da sempre italiane ma che hanno poi scelto dopo i trattati di Parigi del 47 di chiedere allo Stato di essere italiani. Il mio libro racconta il loro smarrimento di approdare in Italia e soprattutto in Sicilia. In un primo momento in una Sicilia sempre definita terra di mafia furono come sbandati, per loro fu una tragedia arrivare in Sicilia. Ma alla fine venne fuori lo straordinario senso di accoglienza e a Termini Imerese ritrovarono la loro consistenza. Il grande torto che hanno subito queste esuli è quello che proprio loro hanno pagato il debito di guerra dell’Italia. E’ questo che non si vuole dire cioè che questi italiani con i loro beni hanno pagato e che ancora oggi, come dice bene lei, nessuno vuole riconoscergli quello che è giusto, quello che era loro”.
Lo scandalo di oggi è diventato “tout court europeo” che fa il paio con l’inumanità acclarata della Ue con altri profughi più attuali
“Assolutamente si, ed emerge infatti che ancora oggi gli esuli chiedano il riconoscimento loro beni”.
Che non sono stati riconosciuti. La politica italiana è deficitaria in modo clamoroso. Il vostro dibattito non ne ha parlato.
“Come sempre la politica italiana non è stata incisiva per far si che questi italiani riscattassero quello che era loro. Si, la politica italiana è mancata anche stavolta nel tutelare questi italiani”.
Di Termini Imerese è il senatore Lumia. Lui e il suo partito o altri partiti si sono mai occupati di questa storia locale che chiede giustizia? Magari un segnale.
“Il senatore Lumia è un politico che si occupa di altro, della lotta alla mafia. Ritengo di non avere documenti che provino il suo interesse a questo argomento”.

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