Agrigento

Agrigento, dopo “Il casellante “ di Camilleri in scena “L’arte della beffa” di Boccaccio

Il romanzo “Il casellante” di Andrea Camilleri fa parte della trilogia della metamorfosi insieme a “Maruzza Musumeci” e “Il sonaglio”.
Trilogia che fa capire definitivamente quanto profonda sia la prolificità dello scrittore empedoclino che stavolta spazia e attinge a piene mani in quel pozzo senza fondo di horror, fantasy e miti popolari che hanno nutrito gli studi adolescenziali e non di un po’ tutti noi.


Letture che abbiamo divorato avidamente espandendo le nostre fantasie, orride e felici tra un paio di alluvioni raccontate, una trentina di stupri tra gli dei dell’olimpo, qualche caso di transessualità, incesti e tentati incesti, fiumi innamorati, boschi “trasformisti” attraversati da fanciulle spaurite, senza contare le alberificazioni (che è il sogno di Minica in questo “Casellante”), uccellificazioni, pietrificazioni, stellificazioni.
Un groviglio di metamorfosi, un continua anelare al cambiamento che si riflette oggi in un riformismo di difficile fattura ma che a Hollywood fa felici i produttori del vampirismo soft.
Nel “Casellante” di Camilleri andato in scena al “Pirandello” per la regia di Giuseppe Di Pasquale, dopo un avvio stentato del primo atto, segue il riscatto del secondo atto dove la vicenda di Nino e Minica si impenna con volute poetiche che lasciano il segno negli spettatori plaudenti e convinti. La tragedia della maternità negata che fa impazzire Minica diventata albero dai rami spogli, innesta nella narrazione teatrale di Camilleri e De Pasquale una parabola di mutazione poetica del corpo di una donna che non deforma la fantasia. Ma non sarà questa la soluzione perché ancora una volta l’inventiva diciamo, montalbaniana, di Camilleri, introduce una sorta di “provvidenza” che fa ritrovare il fagottino sperduto di un bimbo sotto la violenza dei bombardamenti in cui si svolge la vicenda( tra fascismi calanti e mafie vincenti). E sarà il rassegnato Nino a offrire quel bambino in fasce alla moglie Minica finalmente liberata dalla “forma albero”.


Il regista De Pasquale nelle sue note di regia ricorda che “Il Casellante” parla di una metamorfosi che passa attraverso il dolore della maternità negata e della guerra, ma è anche una narrazione in musica divertita e irridente del periodo fascista nella Sicilia degli anni Quaranta”. Musiche originali di Mario Incudine (Nino) eseguite dal vivo da Antonio Vasta e Antonio Putzu. Valeria Contadino è stata una applauditissima Minica insieme al poliedrico e metamorfico Moni Ovadia che assume le fattezze di tre personaggi.
Chiudono il cerchio Sergio Seminara e Giampaolo Romania, le scene dello stesso De Pasquale, i costumi di Elisa Savi e le luci di Gianni Grasso. Prossimi e ultimi appuntamenti del cartellone teatrale 2017 sono “Classe di ferro” di Aldo Nicolaj il primo aprile e l’operetta “Scugnizza” il 22 aprile.
Questa sera, fuori cartellone, andrà in scena al “Pirandello” una commedia di Aldo De Castro tratta da una novella del Decamerone: “L’arte della beffa” per la regia di Cinzia Maccagnano, regista di classici e reduce da “Le Supplici in prova” di Ovadia e Incudine in scena lo scorso anno al “Pirandello”.

testo e foto di Diego Romeo

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