Agrigento

Agrigento, la “stanza della memoria” di Rosario Livatino per un nuovo percorso di legalità

Nel ventisettesimo anniversario della barbara uccisione del giudice Rosario Livatino, su iniziativa del Comune di Agrigento è stata scoperta una lapide che ricorda il suo sacrificio.
Una lapide che indica la stanza del giudice al primo piano dell’ex palazzo di giustizia che sarà aperta ai visitatori.
E probabilmente, diremo, un giorno non lontano, aperta ai fedeli.
Infatti il processo di canonizzazione procede celermente il suo iter.
La ministra Maria Elena Boschi è stata chiamata allo scoprimento della lapide e un incontro commemorativo si è svolto questa sera presso l’ex convento dei Filippini cui hanno partecipato oltre alle maggiori autorità militari, il sindaco Firetto, il presidente del Tribunale Pietro Falcone, il Procuratore Luigi Patronaggio, il prefetto Nicola Diomede, il magistrato Salvatore Cardinale che in quegli anni collaborò col giudice Livatino, l’on Stefano Dambruoso, già pm ad Agrigento.


Una testimonianza preziosa quella offerta dal giudice Cardinale che si somma al discorso del rappresentante del Csm, Piergiorgio Morosini.
Numerosi i giudici che erano presenti e che conobbero in quegli anni Livatino, da Maria Giovanna Romeo a Stefano Dambruoso, agli ex-presidenti del Tribunale Lo Presti e D’Angelo e un folto gruppo di magistrati che attualmente sono in servizio presso la Procura agrigentina.

Un primo piano della lapide

La lapide posta all’ingresso dell’ex-tribunale ricorda al visitatore che nella stanza al primo piano, Rosario Livatino vi lavorò dal 1980 al 1990. “Un uomo, un magistrato-vi è stato scolpito – un cristiano che ha testimoniato fedelmente i valori della giustizia, della fede e della carità”.
Poco straordinaria e molto calcolata questa cerimonia ad Agrigento dello scoprimento della lapide che indica ai visitatori la stanza dove lavorò per dieci anni il giudice Rosario Livatino.
Si sono lasciati trascorrere poco più di quindici giorni dal XXVII ricordo del barbaro assassinio, il 21 settembre del 1990, per farlo coincidere col 7 ottobre 2017, cioè un giorno prima del battage pubblicitario-elettorale che condurrà la ministra Maria Elena Boschi al Cine Astor per presentare la fiancheggiatrice “Sicilia Futura” con i suoi candidati.
Poco impeccabile questa coincidenza per una memoria triste (che speriamo non diventi di routine) affidata alla presenza della Boschi solitamente gioviale e spavalda forse poco consona a ricordare una tragedia molto sicula, anzi molto agrigentina.
C’è dentro il rischio che la solita Sicilia, terra di contrasti, rivesta in maniera estetizzante le sue ricorrenze dolorose, perché in tempo di fake news è meglio pensare e indicare e illudersi per “una Sicilia che non c’è più” rimescolando gattopardi con canipardi e recentemente con i grillopardi. Quasi a stendere un red carpet servile ai nuovi possibili e ritornanti uomini della Provvidenza.
Il sindaco Calogero Firetto che si è dimostrato giustamente sollecito all’estetica della città e alla continuità delle fiere letterarie e musicali, anche stavolta si è detto certo che le belle guance d’alabastro della ministra fossero confacenti a far dimenticare le oscure gote della notte siciliana rigata da altre silenziose lagrime.
Efficaci sotto questo aspetto ci sono apparse le parole di don Livatino che ai cronisti ricorda il brano del vangelo letto durante la benedizione della stanza (cerimonia vietata dal servizio d’ordine ai giornalisti mentre altra gente veniva fatta entrare a iosa) e cioè come “nella sinagoga gli occhi di tutti erano rivolti su Gesù, così gli occhi oggi sono rivolti a noi, a chiunque abbia un ruolo in questa nostra società è posto in alto e oltre ad essere deve apparire indipendente e all’altezza del compito che è chiamato a svolgere e che ci richiamava il Vangelo”.
Se Maria Giovanna Romeo, collega di Livatino, ci racconta dell’”uomo mite e gentile a cui sempre si rivolgeva per avere delucidazioni e consigli”, il giudice Salvatore Cardinale che le sta accanto è prodigo di precisazioni che raccontano i lunghi anni trascorsi accanto al giudice assassinato: ”Per me è stato un ricordo gradito ed emozionante ritornare in quella stanza e ritrovare tanti colleghi di quel tempo. L’iniziativa è senz’altro di grande valore perché completa un percorso di legalità che parte da questa stanza, passa attraverso i luoghi in cui Rosario è stato ucciso e si conclude presso la sua casa. Oggi dobbiamo fare tutto il necessario affinchè la casa di Rosario Livatino, attualmente in mano a un privato, diventi dello Stato. La soprintendenza già ha messo un vincolo di protezione dell’immobile. Ora dobbiamo trovare le risorse affinchè questa casa diventi di tutti e costituisca la parte finale di questo percorso di legalità. In quegli anni io e Rosario eravamo in collegamento continuo nel senso che il cosiddetto fascicolo che veniva assegnato non era di esclusivo dominio di uno, tutti partecipavamo e così è stato per il processo “operazione Santa Barbara”. Nel 1985 fu il primo processo contro la mafia che venne istruito da questa Procura dopo almeno vent’anni di silenzio. Con questo processo ha lavorato un altro martire della giustizia che è il maresciallo Guazzelli e siamo riusciti a disegnare la topografia delle famiglie mafiose agrigentine, a perseguire capi e gregari, a svelare intrecci di politici, di apparati amministrativi e di mafiosi. Sugli atti di questo processo l’università di Messina pubblicò un libro facendone oggetto di studio e di approfondimento. A questa indagine collaborammo io, la collega Romeo, il collega Saieva e Rosario Livatino. Le indagini riguardavano anche concittadini di Canicattì paese di Livatino e certi gaglioffi delinquenti misero un giro la favola che Livatino avrebbe protetto la mafia di Canicattì e avrebbe perseguito la “stidda”. Questa è una favola, una cosa non vera, è un oltraggio alla memoria di Rosario Livatino”.

testo e foto di Diego Romeo

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