Al “Posta vecchia” di Agrigento la favola del potere che delude (foto-gallery)

Diego Romeo

Agrigento

Al “Posta vecchia” di Agrigento la favola del potere che delude (foto-gallery)

di Diego Romeo
Pubblicato il Ott 28, 2018
Al “Posta vecchia” di Agrigento la favola del potere che delude (foto-gallery)

Buon giorno ragazzi, io sono Madame Marguerite, la vostra insegnante. Adesso chiamo l’appello. Ditemi, c’è qualcuno che si chiama Dio? No? Bene. E Gesù? Nessuno si chiama Gesù? No? E qualcuno si chiama Spirito Santo? No? Bene, il direttore me lo aveva detto che questa era una classe di bravi ragazzi.

Abbiamo trascritto l’incipit della commedia a benefico del lettore per “iniziarlo” al clima che si respira in “Madame Marguerite” scritta dal brasiliano Roberto Althayde tra gli anni 60 e 70 nella truce temperie della dittatura dei “gorillas brasileiros”.

Commedia che ha inaugurato la Rassegna teatrale in memoria dell’attrice agrigentina Mariuccia Linder e che altri meglio non potevano fare visto che la regia è firmata da quel Marco Parodi che diresse la Linder ai tempi della fu “Settimana pirandelliana”.

Come dire, secoli fa di un teatro ricco di fervore e con attori e tecnici cui veniva data la possibilità di crescere. E delle difficoltà di crescere ne dovrebbe sapere qualcosa l’interprete di “Madame Marguerite”, Elena Pau di origine sarda, sconosciuta alle nostre contrade ma apprezzatissima in altre dove viene definita “l’attrice che sa cantare e la cantante che sa recitare”.

Due ruoli che la Pau (insieme all’alunno Jackson Adzovic italo-slavo) assolve qui con grande maestria e alla pari con altre grandi attrici che si sono cimentate nel ruolo di “Madame Marguerite”. Per stare in Italia, attrici come Anna Proclemer ed Elisabetta Pozzi.

Dunque, siamo in una classe di quinta elementare dove Althayde compone questa metafora del potere e della condizione umana. Gli spettatori sono gli alunni e l’atipica insegnante Marguerite si sente investita di una missione vitale come insegnare l’essenza dell’esistenza.

Insegnante-donna generosa e determinata la cui franchezza debordante (inizia con l’insegnare la parola “culo” e con il disegno dei genitali chiamati “Capo di buona speranza”) porta a segrete nevrosi.

Tutto mescolato a una angoscia energica fatta di lampi di lucidità (“evoluzione e rivoluzione sono eguali a zero”- “la storia è fatta di potere da uomini che vogliono comandare”) dove l’assurdo, il tragico e il cinismo sconfinano talora nella farsa .

Ma c’è poco da ridere perché non ti si da il tempo di riprenderti dalle emozioni che già ti ritrovi sballottato in pensieri che fungono da detonatore di un mondo politico e poetico davvero vertiginoso. Più di un semplice ritratto di insegnante ti ritrovi davanti a una parte complessa del Potere dove  la didattica teatrale di Brecht e di Kafka si aggiunge a quelli più recenti (e disattesi) di Ivan Illich che evidentemente i ministri europei della pubblica istruzione non sono mai riusciti a digerire.

Il monologo di notizie che Althayde sottotitola come tragico e farsesco, viene reso dalla Pau con una forza sorprendente, con un umorismo e impegno da attrice di razza. Una favola didattica sull’educazione e il potere che questa esercita, favola che si fa riflessione e interrogatorio, spettacolo che sfida la paura, l’esagerazione e la compassione.

Di fronte a questa Marguerite, fiore dai petali velenosi, la risata si alterna al sogghigno, l’atmosfera scricchiola come in un horror e sentiamo che il personaggio nasconde qualcosa. Lentamente emerge la verità: non è madame Marguerite a terrorizzare, è il mondo che ha reso possibile Marguerite. Quel mondo che Amos Oz in “Cari fanatici” descrive come in preda alla “regressione infantile”, un mondo trasformatosi in un “asilo planetario” spogliato dalle ideologie gettate come abiti troppo stretti, quindi indifeso, ma fermo nel rifiuto di un potere che l’ha deluso.

Lo ha ricordato Bernardo Valli nella sua rubrica su “l’Espresso” di questa settimana.

Testo e foto di Diego Romeo


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