Agrigento

Andrea Cassaro: “Ma quante generazioni stiamo perdendo?”

Disc jockey e giornalista, Andrea Cassaro è in attività da circa 25 anni nelle consolle della provincia di Agrigento.

Andrea Cassaro

Andrea Cassaro


Ha cominciato nel 1992 al Discomenta, uno dei primi club a diffondere la “club culture” nella città dei templi. Dagli anni Novanta ad oggi ha vissuto in prima persona l’evoluzione dell’house music nelle sue innumerevoli forme d’espressione: da quella commerciale a quella caratterizzata da sonorità più ricercate.

I suoi dj set hanno accompagnato generazioni di pubblico nei dancefloor della propria città. Dopo l’esordio al Discomenta, ha suonato in tutti i club che hanno caratterizzato la vita notturna ad Agrigento.  Da 17 anni scrive per Il Giornale di Sicilia. Su Radio Vela affianca Riccardo Gaz nel programma pomeridiano “A tutto GaZ” ed è la voce dell’edizione locale del giornale radio.

Questa intervista può considerarsi il tuffo in una generazione di cui a mio parere si parla poco. Tu sei un dj molto noto in città, quarantenne, che per più della metà della propria vita ha svolto questa professione in provincia. Qual è oggi la fotografia della tua generazione che ci puoi consegnare?

“Abbiamo sempre usato il rifiuto di crescere come simbolo della diversità da quelli che oggi definiamo “vecchi”. Ma ora tiriamo un doloroso bilancio. A tal proposito mi viene in mente un film del 1990, “Metropolitan” di Whit Stillman, che raccontava i quarantenni di allora. C’è una scena in cui due ragazzi incontrano in un bar di Manhattan una strana forma di vita: un quarantenne. L’uomo, tra un drink e l’altro, spiega due dolorose verità. La prima è che i compagni di feste che avevi a vent’anni – e che pensavi sarebbero stati tuoi amici per il resto della vita – diventeranno, crescendo, degli estranei. La seconda è che, a quarant’anni, quando incontrerai un coetaneo che ha avuto più successo di te e ti chiederà che mestiere fai, avrai poca voglia di rispondergli. “Metropolitan” non è un film recente, da allora sono passati 27 anni, ma è una fotografia ancora attuale. La cosiddetta “Generazione X”, quella di chi è nato tra i Settanta e la prima metà degli Ottanta, è quella di cui, spero solo temporaneamente, lo Stato italiano si è completamente dimenticato. O, peggio, finge che non esista per non sentirsi troppo in colpa. E noi, rimboccandoci le maniche, restiamo eterni adolescenti che fanno i conti con la morte delle speranze”. 

In particolare e in prospettiva, credi che la tua generazione sia tagliata fuori oppure sia capace di una rivoluzione quando non ci saranno più i papà o i nonni a sostenerla?

“Non siamo capaci di fare rivoluzioni, almeno non nel senso più stretto del termine. In questo caso parlo in generale, non mi riferisco solo ai miei coetanei. L’italiano medio non saprebbe neanche da dove cominciare al pensiero di preparare una rivoluzione. Di fronte ad un imminente tracollo si cercherebbe la salvezza individuale con ogni mezzo. Siamo poco disponibili a collaborare e ad unirci per conseguire un vantaggio comune. La tua stessa domanda è stata posta giorni fa all’attore Silvio Orlando in una illuminante intervista pubblicata su Dagospia. Lui ha risposto così: «L’Italia è un posto in cui le ribellioni sono difficili. Puoi fare quattro giornate di rivoluzione, ma poi alla quinta devi andare al mare».

Quale futuro per i dj?

“Direi che il futuro dei dj è adesso. Nell’evoluzione di questa professione si è verificato un cambiamento radicale che ne ha definitivamente segnato il prima e il dopo. E il dopo è già qui perché abbiamo assistito alla consacrazione e celebrazione finale di questa figura. Io ho cominciato circa 25 anni fa e lo scenario era irriconoscibile rispetto ad oggi. Se all’epoca dicevi agli amici che volevi fare il dj ti prendevano per un nerd. Non sai cos’è un nerd? Si definiva così un giovane che compensava lo scarso interesse che gli altri coetanei avevano nei suoi confronti con una passione ossessiva per un’attività che richiedeva una certa padronanza tecnica ed un continuo allenamento, tale da costringerlo ad isolarsi. In questo caso doveva imparare ad usare bene due giradischi e un mixer. Quando poi dicevi ai genitori che volevi fare il dj era anche peggio: ai loro occhi apparivi come un figlio abbagliato da una distrazione che lo avrebbe allontanato dagli obiettivi importanti della vita e che avrebbe finito per portarlo in rovina. Oggi invece il dj è la superstar del nuovo millennio, un’icona, un riferimento, una faccia da mettere in copertina. Il mercato discografico ha deciso di puntare quasi tutto sui dj che, oggi, non si limitano più a selezionare e mixare la musica: sono loro stessi a crearla e a diffonderla lanciando nuovi stili e tendenze. Ridimensionando il campo d’azione in provincia, fare il dj, soprattutto per le nuove generazioni, vuol dire avere la possibilità di guadagnare facilmente qualcosa (davvero poco in realtà a causa della eccessiva concorrenza e di una saturazione del mercato) ed uscire dall’anonimato rendendosi in qualche modo “riconoscibile”. C’è anche la passione per la musica e per lo strumento che ti consente di manipolarla, certo, ma prevale nella maggior parte dei casi la seducente opportunità di mettersi in vetrina. E in tutto questo i social hanno svolto un ruolo fondamentale. Se a questo aggiungiamo che le nuove tecnologie consentono a chiunque d’improvvisarsi dj senza alcun sacrificio in termini di studio e d’investimento monetario, è facile immaginare quali possano essere gli effetti, certamente negativi, di questa evoluzione”.

Internet e le nuove tecnologie hanno dunque peggiorato le cose?

“E’ ovvio che dipende dall’uso che se ne fa. Tantissime volte ho sentito dire che fare il dj è un gioco da ragazzi perché tanto la musica da proporre per divertire il pubblico è sempre la stessa e si utilizza un computer per fare tutto. E’ pur vero che lo strumento facilita le cose rispetto al passato, ma in realtà è il modo in cui oggi fruiamo la musica – intesa come bene di consumo – ad aver cambiato radicalmente l’approccio alla professione. Internet ci consente di avere tutto, subito e gratis. Il dj tanto tempo fa era un grande collezionista di musica. Possederla era un privilegio, imbattersi casualmente in un pezzo mai sentito prima in radio, inseguirlo e finalmente trovarlo, comprarlo dopo mesi di ricerche tra i dischi nello scaffale di un negozio dava la sensazione che si conquistasse qualcosa che di lì a poco avresti condiviso con il pubblico: era il tuo ingrediente esclusivo che ti rendeva diverso. Insomma il dj era un artigiano che costruiva meticolosamente e a piccoli passi la propria performance cercando quella perfezione forse mai raggiungibile. Questo sviluppava la capacità di selezionare la musica, di affinare il proprio gusto grazie ad una necessaria e personalissima scrematura in mezzo a tutto ciò che il mercato discografico offriva. Adesso invece, scaricando la musica da internet, magari illegalmente e senza costi, induce ad accumularne disordinatamente e forsennatamente così tanta da generare l’effetto contrario: si finisce con l’andare in confusione e proporre tutti la stessa cosa standardizzando e appiattendo sia la domanda che l’offerta. Quindi la concorrenza diventa esasperata, i cachet diminuiscono e il mercato diventa una sorta di gioco al ribasso – o al massacro, dipende dai punti di vista – a tal punto da poter dire che «un dj vale l’altro».

La pensano così anche i gestori dei locali?

“Soprattutto loro. Oggi al dj chiedono «Quante persone porti? Puoi occuparti tu di realizzare la locandina della serata e di fare la promozione? La condividi su Facebook e fai tu gli inviti?». A me può anche star bene così, ma non chiamiamolo più dj o “disc-jockey” come si diceva una volta. Troviamogli un altro nome perché questo tizio non fa il mio stesso lavoro”.

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