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Aree depresse: lo storico convegno di Palma voluto da Danilo Dolci

Dal 27 al 29 aprile del 1960 si svolge a Palma di Montechiaro un convegno sulle condizioni arretrate e depresse di alcune zone della Sicilia.
È organizzato dal Centro studi e iniziative per l’occupazione di Danilo Dolci, il Gandhi italiano, che dal 1952 svolge la sua missione laica nella Sicilia occidentale: di aiuto alla povertà dell’isola e per favorirne lo sviluppo attraverso l’impegno civile, l’impegno culturale in senso esteso. Il sociologo triestino già gode di fama internazionale per le sue battaglie non violente, gli scioperi della fame per il lavoro, l’istruzione, la costruzione di opere pubbliche e contro la mafia e le sue collusioni con la politica. Dolci era anche poeta: nel 1975 riceve il Premio Taormina per il carattere “corale e civile della sua poesia” si legge nella motivazione.
Per tre giorni Palma di Montechiaro, da paese depresso, diventa teatro di una Sicilia che vuole cambiare. Accanto a Dolci – che proprio nel 1960 pubblica il libro-inchiesta Spreco – ci sono Carlo Levi, Ignazio Buttitta, Elio Vittorini, Francesco Renda, Ferruccio Parri, Paolo Sylos Labini, Silvio Milazzo, Andrea Vitello, Girolamo Li Causi e Giorgio Napolitano, allora dirigente del Pci. Nel suo intervento il futuro Presidente della repubblica sottolinea come all’insediamento di alcune industrie moderne in Sicilia non abbia fatto riscontro il miglioramento economico di altre zone dell’isola.
E c’è Leonardo Sciascia, presente al convegno come relatore e come inviato dell’Ora.
Nel 1955 erano usciti tre libri sulla Sicilia degli scrittori presenti a Palma: Banditi a Partinico di Dolci; Le parole sono pietre di Levi; e Cronache scolastiche di Sciascia. Tra Sciascia e Dolci non c’era molto feeling: per il modo eclatante con cui il sociologo triestino dava risalto alle proprie iniziative. Carlo Levi dice, con riferimento al carattere amaro, di rassegnazione e immobilismo dell’opera di Tomasi di Lampedusa, che il convegno di Palma è “una specie di confutazione del Gattopardo, nella sua stessa terra, confutazione che è necessario non sia né velleitaria né generica, ma concreta, precisa, legata alle cose minime e vere”. E altro non erano essenzialmente, queste “cose minime e vere”, che le condizioni di vita e di salute dei suoi cittadini.
Le cose più importanti.
Levi, che aveva scritto la prefazione a Geografia della fame di Josué De Castro, inquadra le ragioni del convegno: “esaminare ciascuno degli elementi dei fenomeni della miseria in modo totale, aggredendoli e sperimentandoli da ogni parte”. E spiega come un’area depressa e immobile renda alienata la propria popolazione, la porti fuori dall’esistenza, dal legame con le cose che mutano. Poi la sua denuncia: “Non è viva – dice – una società che tollera nel suo seno delle parti alienate e le costringe a permanere tali”.
Sciascia si augura che Palma – con i propri problemi insoluti, la sua omertà anche, i suoi contadini, le donne e i bambini coi loro mali, la loro povertà – sia ora pronta per la riscossa, capace di uscire dalla visione che Tomasi aveva della Sicilia: di un mondo irrimediabilmente fermo, “disancorato dalla storia, sottratto all’umano divenire e progredire”. Per non essere dimenticata, rimanere soltanto “un punto sulla carta geografica della Sicilia, una voce nel dizionario dei comuni, preoccupazione elettorale e poliziesca, – continua Sciascia – Palma deve essere raccontata dallo scrittore e figurata dall’artista”, le sue pene rappresentate “con la forza del sentimento e dello stile”. Solo così “la coscienza della nazione e del mondo avrà avanti il paese com’è”, le sue desolate condizioni.
Gli atti di questo storico convegno sono stati finalmente raccolti da Salvatore Costantino e Aldo Zanca in un volume di 368 pagine intitolato Una Sicilia “senza” (pubblicato da Franco Angeli nel 2014). E vi emerge nettamente il contrasto tra una modernizzazione “passiva”, una modernizzazione “senza” appunto, portata avanti da oligarchie che, puntando molto sulle risorse estrattive dell’isola, fanno solo i propri interessi; e una modernizzazione “attiva”, suggerita proprio dal Centro studi di Danilo Dolci, che punta sui valori identitari del territorio, le sue peculiarità e la sua cultura per coinvolgere le popolazioni e farle sentire protagoniste di questi processi di sviluppo. È chiaro, comunque, che sia per la modernizzazione attiva che per quella passiva, l’acqua è fondamentale. E di acqua ce n’è in Sicilia. Solo che la sua classe politica fa la scelta dissennata di convogliarla verso l’industria nascente e di negarla all’agricoltura e alle campagne, destinate così all’inaridimento e all’abbandono.
Due mesi dopo il convegno palmese, a Licata scoppia la tragica rivolta del 5 luglio che proprio nella cronica mancanza d’acqua trova una delle cause principali. La Regione non resta indifferente e nel 1963 vota la Legge Speciale per Licata e Palma. Un piano di risanamento socio-economico che prevede piani regolatori, la costruzione di dighe, nuove strade e un sistema fognario efficiente.
Ma la classe politica delle due città, colpevolmente, non sa farne uso.
mi-piace

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