Blitz anti-mafia “Verbero”: un triunvirato gestiva i traffici delle cosche

Blitz anti-mafia “Verbero”: un triunvirato gestiva i traffici delle cosche

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Alessandro Alessi, Vincenzo Giudice e Giuseppe Perrone, il triunvirato

A Palermo magistratura e carabinieri hanno disarticolato il mandamento mafioso di “Pagliarelli”, storica roccaforte di Cosa nostra, Alle prime luci dell’alba, 300 militari dell’Arma hanno eseguito 39 provvedimenti nei confronti di individui ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti, corruzione. Le indagini sono state coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, e in particolare dal procuratore capo Francesco Lo Voi, dai procuratori aggiunti Leonardo Agueci e Teresa Maria Principato e dai sostituti Procuratori Caterina Malagoli e Francesco Grassi. Arrestati i capi delle famiglie mafiose di “Pagliarelli”, “Corso Calatafimi” e “Villaggio Santa Rosalia”, individuati rispettivamente in Giuseppe Massimiliano Perrone, Alessandro Alessi e Vincenzo Giudice. Raggiunto da un provvedimento restrittivo anche Salvatore Sansone – nipote del capo mandamento di “Pagliarelli”, Nino Rotolo – ritenuto elemento di spicco della famiglia mafiosa di “Uditore”. Questi gli arrestati nell’ambito del blitz dei carabinieri che ha disarticolato il clan a Pagliarelli: Alessandro Alessi, Giuseppe Perrone, Vincenzo Giudice, Michele Armanno, Giovan Battista Barone, Salvatore Sansone, Tommaso Nicolicchia, Andrea Calandra, Giosue’ Cadtrofilippo, Giovanni Giardina, Alessandro Anello, Carlo Grasso, Antonino Spinelli, Matteo Di Liberto, Rosario Di Stefano, Aleandro Romano, Stefano Giaconia, Giuseppe Giaconia, Concetta Celano, Giuseppe Castronovo. Ai domiciliari sono finiti Vincenzo Bucchieri, Paolo Castrofilippo, Daniele Giaconia, Giovanni Correnti, Antonino Calvaruso, Gaetano Vivirito, Luigi Parolisi, Carmelo Migliaccio, Salvatore Ciancio, Domenico Nicolicchia, Giuseppe Bruno, Pietro Abbate e Antonino Abbate. Per Mauro Zampardi, Angelo Milazzo, Cosimo Di Fazio, Giovanni Catalano, Giuseppe Di Paola e Francesco Ficarotta è stato disposto l’obbligo di dimora.

Le indagini hanno evidenziato la difficoltà di Cosa nostra a esprimere in quel contesto malavitoso una leadership autorevole e unanimemente riconosciuta, con la conseguente esigenza di affidare la gestione del sodalizio a una sorta di “organo collegiale”, un triumvirato costituito da tre giovani “uomini d’onore” tenuti al reciproco confronto sulle scelte strategiche.

Rispetto alle ultime indagini svolte su quel territorio (l’operazione “Hybris” del 2011), che provarono l’esistenza di una capillare pressione estorsiva esercitata anche nei confronti dei piccoli commercianti, le nuove indagini hanno evidenziato la tendenza al contenimento del fenomeno del pizzo, verosimilmente dovuta alla crisi economica e al diffondersi degli episodi di reazione da parte delle vittime. Al contrario, Cosa Nostra continua a mostrare interesse nei confronti dei grossi appalti, come dimostra il tentativo di estorsione messo in atto direttamente da Perrone, che ha cercato di imporre forniture di materiali e di manodopera all’impresa aggiudicataria dell’appalto per la ristrutturazione del Policlinico “Paolo Giaccone”, oltre alla dazione di 500 mila euro, corrispondente all’1% dell’importo complessivo dei lavori, che ammontano a circa 50 milioni di euro. Le attività hanno consentito di costatare un rinnovato interesse verso il traffico di sostanze stupefacenti che il sodalizio, ricorrendo a canali di approvvigionamento piemontesi e campani, era in grado reperire in grandi quantità.

L’operazione di oggi si ricollega ad altre portate a termine negli anni scorsi e consentito nel tempo il sequestro di oltre 400 kg di hashish. In particolare, nel novembre 2012 i carabinieri del Comando Provinciale hanno arrestato Giacinto Tutino, soggetto ritenuto vicino agli ambienti mafiosi bagheresi, sorpreso alla guida di un furgone adibito al trasporto di cavalli, all’interno del quale erano nascosti 250 kg di hashish acquistati dal clan camorristico dei “Gallo-Cavaliere” di Torre Annunziata. Nel marzo 2014, ancora, è stato intercettato un ulteriore carico di 150 kg di hashish, trasportato dal torinese Eros Fonsato e dai catanesi Agatino Spampinato e Salvatore Bellia. L’ingente quantitativo di droga, questa volta, proveniva da Torino ed era riconducibile a Concetta Celano, una donna di origini siracusane considerata, già nel 2003, il “capo di una violenta e armata organizzazione di trafficanti, in contatto diretto con il Perù e l’Equador”. La Celano, il 9 aprile successivo, venuta a Palermo per assistere all’udienza di convalida dei suoi corrieri, al termine del processo è stata arrestata perchè trovata in possesso di 5 kg di hashish, che le sarebbero stati restituiti poco prima da Vincenzo Giudice, in quanto ritenuti di scarsa qualità.

Anche l’attività di spaccio si svolgeva sotto il diretto controllo della consorteria, che aveva imposto un preciso “protocollo operativo”, la cui inosservanza da parte dei pusher comportava il prelievo coattivo dei veicoli in loro uso e, nei casi più gravi, addirittura violente e sanguinose spedizioni punitive.

Tre quartantenni, nuovi capi delle famiglie mafiose di Pagliarelli, corso Calatafimi e Villaggio Santa Rosalia, costituivano a Palermo una sorta di ‘triumvirato’ che reggeva le redini di Cosa Nostra e che prendeva di concerto le decisioni più importanti. E’ lo scenario che emerge dall’operazione antimafia dei carabinieri, da loro chiamata “Verbero”. Il triumvirato era costituito secondo gli inquirenti da Giuseppe Massimiliano Perrone, capo della famiglia mafiosa di Pagliarelli, da Alessandro Alessi, al vertice della famiglie di corso Calatafimi, e da Vincenzo Giudice, reggente della famiglia del Villaggio Santa Rosalia. Le indagini hanno evidenziato la difficoltà di Cosa nostra a esprimere in quel contesto malavitoso un’unica leadership autorevole e unanimemente riconosciuta: a questo si era ovviato affidando la gestione degli affari a una sorta di “organo collegiale”, costituito dai tre giovani capimafia, che erano tenuti al reciproco confronto sulle scelte strategiche. Solo la metà degli indagati sono stati trasferiti in carcere, per gli altri sono stati disposti gli arresti domiciliari. Dall’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, emerge che il ‘pizzo’ non procura più i guadagni di un tempo, sia per le denunce crescenti sia perchè la crisi economica rende impossibile incassare grosse somme dalle vittime. La mafia è quinto tornata a investire sulla droga, e gestisce lo spaccio di stupefacenti. Nel corso delle indagini, sono stati sequestrati centinaia di chili di stupefacenti.

E’ stato raggiunto dal provvedimento restrittivo anche Salvatore Sansone, nipote del capo mandamento di Pagliarelli, Nino Rotolo, e ritenuto elemento di spicco della famiglia di Uditore. Rispetto alle ultime investigazioni svolte dai carabinieri su quel territorio e sfociate nell’operazione “Hybris” del 2011, è emersa una tendenza alla contrazione del fenomeno del ‘pizzo’. Sembra insomma allentarsi la capillare pressione estortiva esercitata anche nei confronti dei piccoli commercianti: un effetto della crisi economica ma anche del moltiplicarsi delle denunce da parte della vittime. La mafia invece continua a mostrare interesse nei confronti dei grossi appalti. Lo dimostra il tentativo di estorsione orchestrato direttamente da Perrone ai danni dell’impresa aggiudicataria dell’appalto per la ristrutturazione del Policlinico “Paolo Giaccone”. Oltre a cercare di imporre forniture di materiali e di manodopera, il clan aveva chiesto una tangente da 500 mila euro, corrispondente all’1% dell’importo complessivo dei lavori, circa 50 milioni di euro.

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