Blitz antidroga Horus 2, 23 arresti: scoperto il prezziario delle bande (video)

Blitz antidroga Horus 2, 23 arresti: scoperto il prezziario delle bande (video)

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Gli arrestati della retata Horus 2 alla Zisa

Sono in tutto 23 le persone raggiunte da misure cautelari nell’ambito di un’operazione antidroga condotta, a Palermo, dai Carabinieri che hanno sgominato due associazioni criminali finalizzate allo spaccio di sostanze stupefacenti, l’una di hashish e marijuana, l’altra di cocaina ed eroina. La centrale dello spaccio era il quartiere “Zisa”. Quindici persone sono finite in carcere. Si tratta di Domenico Bertolino, 20 anni, Giuseppe Buccafusco, 26 anni, Antonio Catalano, 27 anni, Natale Catalano, 63 anni, Luca Giardina, 34 anni, Gianluca Giordano, 26 anni, Umberto Machi’, 28 anni, Pietro Messina, 23 anni, Salvatore Messina, 24 anni, Claudio Missaghi, 28 anni, Raimondo Pedalino, 24 anni, Alessio Scafidi, 23 anni, Benedetto Scafidi, 27 anni, Antonino Stassi, 26 anni, Laura Tarallo, 46 anni. Mentre cinque sono finite agli arresti domiciliari Giovanna Solange Cardinale, 22 anni, Pietra Jessica Cardinale, 26 anni, Salvatore Catalano, 24 anni, Damiano Gargano, 52 anni, Alessandro Genuardi, 36 anni. Invece, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria èstato disposto nei confronti di Giovan Battista Cardinale, 63 anni, Gianluca Cascino, 28 anni, e Nazareno Davide La Corte, 20 anni.
I provvedimenti sono stati emessi dal gip Daniela Cardamone del Tribunale di Palermo, su richiesta del procuratore aggiunto Teresa Principato e del sostituto Siro De Flammineis. Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti.
La rete capillare di pusher è stata smantellata dai carabinieri che, a Palermo hanno eseguito 23 misure cautelari documentando centinaia di cessioni di sostanze stupefacenti, per introiti giornalieri stimati in oltre 2.000 euro. Nel quartiere “Zisa”, centrale dello spaccio, operavano costantemente, su turni giornalieri, due-tre persone che fungevano da pusher, cassieri-rifornitori e vedette. Per rendere più complessa l’individuazione della cessione e la configurazione del reato, gli spacciatori operavano in totale sintonia tra loro effettuando gli scambi in concorso (nessuno aveva mai la disponibilità diretta ed immediata di un quantitativo di droga che potesse di per sè integrare la detenzione ai fini di spaccio) sotto la stretta sorveglianza delle vedette che provvedevano sia ad avvertire del passaggio di pattuglie delle forze dell’ordine che ad indirizzare gli acquirenti (i quali è capitato che si rifornissero di droga più volte nell’arco della stessa giornata), altamente “fidelizzati”, come testimoniano scene di acquirenti che, dopo essere stati fermati e segnalati per uso personale dai militari, tornavano a comprare la droga. Le indagini hanno comprovato che tutta la droga veniva ceduta con identico confezionamento: involucri di cellophane trasparente chiuso con la spillatrice per la marijuana; stecche prive di involucro per l’hashish; involucri di plastica colorata chiusi “a caldo” per l’eroina e per la cocaina. I numerosi interventi effettuati dai Carabinieri, a riscontro dell’attività di indagine in corso, hanno permesso di stilare una sorta di “prezzario” della droga, a seconda del tipo di droga e del peso della singola dose. Tra l’altro è emerso come, in una perfetta logica di mercato, acquistando maggiori quantitativi si ottenessero sconti sul prezzo: infatti a fronte dei 15 euro pagati per una dose da un quarto di grammo, il costo di una dose da 1 grammo era di appena 30 euro. Nell’ambito del gruppo, i ruoli di pusher o vedetta erano assolutamente intercambiabili anche nell’arco della medesima giornata. In caso di arresto di alcuni spacciatori, il gruppo garantiva la prosecuzione dell’illecita attività, la quale assumeva in alcuni momenti l’aspetto di una vera e propria “catena di montaggio”. In particolare, nei momenti immediatamente successivi agli interventi delle forze dell’ordine, i pusher più esperti – spesso gli stessi promotori – si occupavano di controllare i vari nascondigli per recuperare eventualmente del “materiale” non trovato dai militari, redistribuire lo stupefacente ai nuovi spacciatori, reindirizzare il traffico di acquirenti nei vicoli adiacenti, oltre a consultarsi per comprendere le dinamiche di quanto accaduto ed adottare le opportune contromisure. Gli investigatori hanno potuto constatare la profonda conoscenza del territorio ed il totale controllo da parte degli indagati, peraltro sempre attentissimi a verificare ogni presenza sospetta in zona. I Carabinieri, infatti, per agire in quei luoghi, hanno dovuto travestirsi per confondersi tra residenti e frequentatori della zona, nel tentativo di operare senza allarmare i residenti che, ciononostante, hanno avvicinato i militari camuffati per verificare i motivi della loro presenza in quelle strade. Lo spaccio, organizzato dalla banda sgominata a Palermo dai Carabinieri nell’operazione antidroga Horus 2, avveniva nel quadrilatero via Cipressi, via Stefano de Perche, via Gualtiero Offamilio, via Ammiraglio Antiocheno, strade nel quartiere Zisa a Palermo. Qui i pusher si distribuivano nelle due piazze quella per le droghe leggere e quelle pesanti. L’associazione che si occupava allo spaccio di hashish e marijuana aveva a capo Luca Giardina e Umberto Machì, quella operante nel settore della cocaina e dell’eroina era capeggiata da Antonino Stassi e Claudio Missaghi. La conduzione dello spaccio era di tipo familiare e ai vertici c’erano i componenti dei nuclei Catalano, Missaghi e Cardinale, tutti tra loro imparentati. Le mogli avevano un ruolo centrale dopo i 33 arresti della precedente operazione del 2014 con la quale erano finiti in carcere i mariti. La base dello spaccio, secondo le indagini dei carabinieri era un minimarket che si trova all’incrocio di vicolo Alcadino da Siracusa. Nelle immagini riprese dalle telecamere piazzate dai militari si notava un’attività frenetica. La droga arrivava dall’alto. Dai panieri calati dal balcone con le dosi da vendere. C’era un vero e proprio turno di lavoro: il pusher ultimata la propria giornata lavorativa si presentava in casa di uno degli arrestati che si trovava ai domiciliari che teneva le file dello spaccio e consegnava i soldi. Alcune telecamere piazzate dai militari erano state individuate dall’organizzazione e oscurate con lo spray. Le due organizzazioni che controllavano lo spaccio di droga nel quartiere “Zisa”, a Palermo, si avvalevano di giovani ma esperti pusher, con differenti funzioni e compiti. I gruppi avevano a disposizione numerosi nascondigli utilizzati dai pusher, predisposti nelle immediate vicinanze della zona di spaccio (moto, usci delle porte, segnali stradali, passaruota delle auto, grondaie, fori nei muri e nei marciapiedi, persiane, aiuole), dove provvedevano a depositare periodicamente il denaro provento delle cessioni e le dosi di stupefacente. Particolare emblematico è l’indifferenza e la connivenza degli abitanti del quartiere nei confronti degli spacciatori. Infatti, sono stati notati bambini che giocavano tranquillamente a pochi passi dai pusher, impegnati nelle illecite attività, e con cui spesso dialogano; proprietari dei mezzi utilizzati quali nascondigli per la droga che, consapevoli di tale attività, chiedevano “gentilmente” ai pusher di cambiare luogo di occultamento poiche’ dovevano andare via. Ed anche numerose persone, sia residenti che parenti e conoscenti degli indagati, che accorrevano provando ad ostacolare l’operato dei Carabinieri intervenuti per arrestare pusher e sequestrare droga e che poi, una volta che i militari si allontanavano, facevano capannello commentando con fare concitato l’accaduto. Determinante anche il ruolo di moglie e sorelle degli indagati, alcune delle quale sono rimaste coinvolte nell’inchiesta.

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