Pubblicato il: sab, dic 17th, 2011

Blitz Campus belli: decimati complici di Messina Denaro

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I Carabinieri del Comando Provinciale di Trapani e del Ros hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di undici persone, emessa dal GIP del Tribunale di Palermo, su richiesta della D.D.A del capoluogo siciliano. Le investigazioni, avviate nel 2006 e coordinate dal Procuratore Aggiunto Maria Teresa Principato e dai Sostituti Procuratori Marzia Sabella e Pierangelo Padova, hanno permesso di acquisire un esaustivo quadro indiziario nei confronti di importanti uomini d’onore della “famiglia mafiosa” di Campobello di Mazara, oltre che di insospettabili cittadini, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni. I provvedimenti restrittivi scaturiscono da un’articolata attività investigativa, sviluppata dall’Arma dei Carabinieri nell’ambito della manovra finalizzata alla ricerca del noto latitante Matteo Messina Denaro, che ha permesso di far luce sugli assetti e le dinamiche criminali della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, storicamente una delle più attive del mandamento di Castelvetrano (Tp).  L’indagine ha esplorato le attività della consorteria criminale, documentandone la composizione organica e lo sviluppo delle dialettiche interne, con riferimento alla conflittualità tra due opposti schieramenti riconducibili rispettivamente all’anziano boss Leonardo Bonafede e a Francesco Luppino, di recente arrestato nell’ambito dell’operazione “Golem”, ritenuto uno dei fiancheggiatori del latitante trapanese. Importanti elementi sono stati acquisiti con riguardo alle modalità di controllo delle attività economiche e produttive del territorio, attraverso la gestione occulta, da parte di “cosa nostra” campobellese, di società ed imprese in grado di monopolizzare il remunerativo mercato olivicolo ed altri settori dell’economia. Sono stati accertati collegamenti, ritenuti gravemente indiziari dall’A.G., del sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, considerato “l’espressione politica” della locale consorteria mafiosa, in carica dal giugno del 2006 e rieletto nelle ultime amministrative (maggio 2011), con esponenti del sodalizio. Le risultanze probatorie acquisite hanno infatti consentito di tratteggiare i rapporti intrattenuti da Ciro Caravà con esponenti della locale famiglia mafiosa. Nel corso dell’operazione, oltre al capo della “famiglia mafiosa” campobellese Leonardo Bonafede, inteso “u zu Nardino”, è stato arrestato Filippo Greco, noto imprenditore campobellese, da tempo trasferitosi a Gallarate (Va), ritenuto uno dei principali finanziatori nonché il “consigliere economico” dell’organizzazione mafiosa. Misure cautelari sono state inoltre eseguite nei confronti di Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, considerati il “braccio operativo” del capo della famiglia mafiosa, a favore del quale organizzavano riservati incontri, eseguivano gli ordini più svariati e controllavano le attività economiche che si svolgevano sia nel settore edile e sia, soprattutto, nel mercato olivicolo, occupandosi anche del sostentamento degli associati detenuti. Destinatari dei provvedimenti cautelari sono inoltre: Calogero Randazzo, già condannato per il delitto di cui all’art. 416 bis; Gaspare Lipari, al quale è contestato di aver svolto un “ruolo operativo” nell’organizzazione mafiosa, avendo, di fatto, svolto la funzione di “collegamento” tra il sindaco Ciro Caravà ed il capomafia Leonardo Bonafede; Vito Signorello, anche egli condannato per mafia, il quale, lungi dal recidere il vincolo con l’associazione mafiosa, ritornato in libertà, non ha esitato a manifestare l’indissolubile e perdurante legame con la famiglia campobellese, eseguendo gli ordini dell’anziano capo mafia e mettendosi a sua disposizione per il soddisfacimento delle finalità dell’associazione.  Nel medesimo contesto è stato eseguito anche un decreto di sequestro preventivo di una attività economica operante nel settore olivicolo, riconducibile ai vertici dell’organizzazione e fittiziamente intestata a prestanomi contigui al sodalizio campobellese, del valore complessivo di circa 2 milioni di euro. Le indagini hanno, infatti, accertato che Leonardo Bonafede e Simone Mangiaracina, in concorso con Cataldo La Rosa e Antonino Moceri, hanno attribuito fittiziamente la disponibilità e la titolarità delle quote societarie e dei beni aziendali della società “Eurofarida s.r.l. ” operante nel settore olivicolo, ad Antonio Tancredi e alla moglie di Antonino Moceri allo scopo di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa. A Moceri ed al Tancredi è stato contestato, oltre all’intestazione fittizia di beni, anche il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa, per aver consapevolmente fornito alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, nella quale non erano organicamente inseriti, un contributo dotato di effettiva rilevanza causale ai fini del rafforzamento dell’associazione e del più efficace raggiungimento degli scopi criminali dell’associazione medesima, avendo consentito alla predetta associazione mafiosa di infiltrarsi nel redditizio settore della olivicoltura.

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