Blitz “Nuova cupola”: la sfida di mamma coraggio
“Sono sicura di aver fatto la cosa giusta, non me ne sono pentita, lo rifarei altre cinquanta mila volte. La dignità viene prima di tutto e non me la faccio calpestare da nessuno”.
Non ha paura di parlare Angela Lo Iacono, 57 anni, donna-coraggio, imprenditrice siculianese che insieme al marito Vincenzo Drago e alla figlia Alfonsina, gestisce un impianto di calcestruzzo a Siculiana e che in poco tempo si sarebbe vista togliere con la violenza intimidatoria mafiosa “lavori per tre milioni di euro”. Prima, nel marzo del 2009, bruciarono una Mercedes al figlio poi, nell’aprile del 2011, a fuoco una betoniera. Ma anche minacce e intimidazioni ai suoi clienti, costretti a interrompere contratti di forniture a vantaggio di concorrenti presunti mafiosi.
Lei però non esitò a rivolgersi alla giustizia, raccontando tutto – fatti e sospetti, nomi e cognomi – prima all’ex capo della Squadra Mobile di Agrigento Salvatore Montemagno, poi recandosi personalmente dal magistrato della Dda di Palermo, Fernando Asaro, che si occupava di indagini su Cosa nostra agrigentina. Dichiarazioni che fanno il paio con le intercettazioni e le indagini della polizia sfociate poi nel provvedimento di fermo scaturito dall’inchiesta ‘Nuova cupola” che martedì scorso ha portato all’arresto di più di una quarantina tra boss e gregari, sei dei quali di Siculiana, compresi i concorrenti in odor di mafia.
“Non ci ho pensato nemmeno una volta a denunciare tutto, non ce la facevo più, primo perché dobbiamo pur campare ma anche incoraggiata dalla scelta che avevano già fatto noti imprenditori del mio paese, i Catanzaro, con i quali siamo amici di famiglia, tra l’altro mio marito ha cresimato uno dei fratelli che si sono ribellati alle estorsioni, una scelta che abbiamo da subito condiviso ritenendola come l’unica possibile per continuare a vivere a testa alta. Subivamo minacce noi e anche i nostri clienti, era tutto finalizzato a toglierci il lavoro e ci sono riusciti, siamo stati costretti a venderci molte proprietà”.
Ha fatto mettere tutto a verbale, superando le iniziali resistenze del marito, la signora Lo Iacono, rompendo così coraggiosamente il muro dell’omertà in un paese dove è fortemente radicata la cultura mafiosa, dove il Comune qualche anno fa fu sciolto per mafia dopo l’inchiesta “Marna” che vide implicati non solo gli amici di Gerlandino Messina, ma anche l’ex sindaco e l’ex capo dei vigili urbani tuttora coinvolti in due processi ancora tutti da definire. “La Betone Calcestruzzi ha di fatto acquisito il monopolio della fornitura di calcestruzzo nei comuni di Siculiana, Realmonte e Porto Empedocle. Posso dire che di questa società fanno parte Salvatore Guarraci e tale Gerlando Gibilaro, genero di Maurizio Traina. Per quanto mi risulta, seppur di fatto, l’hanno realizzata con Antonino Gagliano di Siculiana, che ha un impianto in contrada Maggio”.
Ne sono convinti anche gli inquirenti: “A sostegno di quanto denunciato la signora Lo Iacono ha fatto – ricostruisce la Dda - specifici richiami a nomi di ditte con le quali aveva concluso accordi preliminari per la fornitura di calcestruzzo, i cui rappresentanti, tuttavia, senza un’apparente motivazione finivano poi col rifiutare la stessa fornitura preferendo rivolgersi all’impianto di Antonino Gagliano, o, attraverso di lui alla Betone Calcestruzzi”.
Interrotte le forniture per i lavori del porto di Porto Empedocle, per delle villette residenziali e per una centrale fotovoltaica a Realmonte, per la scuola di via Roma e per il cimitero di Siculiana, oltre che per altri lavori. Gli atti di questa parte dell’inchiesta “Nuova cupola” sono coperti da vari “omissis”, segno evidente che c’è ancora qualcosa da chiarire.
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