Camilleri e Montalbano incantano sempre: “Il commissario vivrà insieme a me”

Camilleri e Montalbano incantano sempre: “Il commissario vivrà insieme a me”

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L'arrivo di Andrea Camilleri

Cortile del chiostro Sant'Anna gremito di gente
Cortile del chiostro Sant’Anna gremito di gente
Il cortile del chiostro Sant'Anna gremito di gente,
Il cortile del chiostro Sant’Anna gremito di gente,
Il cortile del chiostro Sant'Anna gremito di gente
Il cortile del chiostro Sant’Anna gremito di gente

A sentire parlare Andrea Camilleri si avverte sempre quella sensazione di “levità”. E non è perchè al maestro manchi il peso specifico dei grandi scrittori di oggi e di altri tempi. Tutt’altro. Capita piuttosto che Camilleri al suo sapere, che ad ascoltarlo appare senza limiti di continuità, sappia miscelare la verve, l’ironia del siculo che ce l’ha fatta e quelle “quattro male parole” dette alla “giurgintana” che lo rendono irresistibile. Ieri lo scrittore empedoclino è stato ospite, a Palermo, di una bella manifestazione tutta dedicata alla parola scritta, “Una marina di libri”. Scortato dalla moglie Rosetta e dall’inseparabile collaboratrice Valentina, Camilleri ha tenuto banco per oltre un’ora e mezza, inchiodando alla sua voce roca il gremito cortile del chiostro Sant’Anna. Ha parlato del suo ultimo “Montalbano”, “La giostra degli scambi”. Lo ha fatto alla sua solita maniera, divagando tra i meandri di un sapere, di cui pare che Camilleri si nutra dalla mattina alla sera. Ha citato Leopardi, recitandone a memoria un po’ di versi e con lui ha elogiato il siciliano Stefano D’Arrigo e poi d’un salto all’altro Simenon e Carlo Bo. E mentre Camilleri parlava, pareva che dentro di lui s’agitasse un antologia di memorie a breve ed a lunghissimo termine, a dispetto di quei novant’anni, che lo scrittore ha declamato come se da qualche parte fossero scritti in stampatello. “Non mi tolgo la coppola, scusate, a novant’anni si può essere cagionevoli”, ha detto appena salito sul palco. A fargli da sponda la Sellerio, storica casa editrice palermitana, che fu la prima a credere in quel “pezzo di antieroe” – così lo definisce il maestro – di Montalbano, che oggi è tradotto in 37 paesi. “All’inizio, dice Camilleri, scrivevo romanzi storici. Di Montalbano dovevano esisterne solo due libri, La forma dell’acqua e Il cane di terracotta. Completato il secondo avevo detto a Salvo di andare sereno nel paradiso dei personaggi. Poi Elvira Sellerio mi invitò a scriverne un altro. Esitai una due, più volte. Nel frattempo il commissario aveva venduto più di ottocentomila copie”.

Camilleri, scusa – chiede l’intervistatore Antonio Manzini – i romanzi storici e Montalbano, chi è la moglie e chi l’amante?

E Camilleri: “Dipende da quanto ami questa amante. Diciamo che Montalbano è diventato un’amante noiosa, dovevamo avere solo due incontri e poi non ci siamo lasciati più”.

Ed a proposito di amore, Camilleri disquisisce anche di Rosetta, la sua compagna di vita. Lei è lì, nelle prime file, lo ascolta ed è calma e sicura di quella sicurezza che hanno certe donne sicule, nate e cresciute tutte d’un pezzo.

“Le citazioni latine nei miei libri – dice lo scrittore – sono merito di mia moglie. Una volta Margherita Buy, alla domanda se aveva studiato alla scuola di Camilleri, rispose: ho studiato alla scuola di sua moglie Rosetta, ero una capra in latino, mi bastarono dieci sue lezioni e compresi tutto”. Ah Rosetta, Rosetta. “Quando rileggo i Montalbano, se c’è qualche passaggio che non mi convince e io voglio fare un bypass, lasciar perdere, basta che ci posi l’occhio Rosetta e mi scopre subito”.

L’intervistatore, che è vecchia conoscenza ed allievo del maestro, vuole puntare sull’ironia pungolante, sebbene amichevole. Camilleri gli tiene testa, anzi prende in mano le redini e lo fa alla sua maniera, intercalando piccoli aneddoti, di una carriera partita “in sordina” dietro le quinte della Rai e decollata in età matura, con un successo esploso a mo’ di bomba a mano.

Il segreto di Montalbano?

“Credo sia il ritmo, dice Camilleri e questa lingua che mi sono inventata. E’ una ricerca quotidiana che faccio inconsciamente. Voglio arrivare a un obiettivo, che la lingua abbia il peso di ciò che penso. Se sto raccontando di sangue, voglio che parola utilizzata abbia il peso del sangue. L’italiano a volte non basta e così uso questo dialetto che è siciliano, ma è pieno anche di parole del tutto inventate da me. Poi la struttura dei mie romanzi, diciotto capitoli e le battute e le pagine, sempre invariate, almeno dal terzo Montalbano in poi”. L’intervistatore annuisce e cita quel bel “cantilenare” di certe pagine di Montalbano, dove parole come “talìa” e “camurrìa” non conta cosa significhino, basta che nella mente del lettore “cantino”.

Poi Camilleri inciampa nel riferimento alla sua terra, la nostra terra. “Il Montalbano della serie televisiva è un po’ diverso dal mio. E’ ambientato nella Sicilia orientale, che è tutt’altro rispetto alla vera terra di Montalbano. Quella del libro è una terra arida, quella della serie tv è piena d’acqua. E si sa che dove c’è acqua si ragiona diversamente”.

Il pubblico applaude e quell’incontro di oltre un’ora e mezza scivola veloce, come tutte le cose che stupiscono senza svilire, che istruiscono senza appesantire. Camilleri, l’ironico, il titanico, l’empedoclino, saluta e ringrazia. Fa anche un lieve riferimento al futuro di Montalbano. Lascia presagire che il commissario di Vigata, vivrà insieme a lui. Va via tra un cordone di folla che lo applaude e gli dà appuntamento al prossimo anno, stessa ora, stesso posto, al prossimo libro, al prossimo Montalbano.

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