Caltanissetta

Clan Rinzivillo, i boss continuavano a comandare dal 41 bis

Nonostante la detenzione in “carcere duro” con il regime del 41 bis, i boss storici di riferimento dei Rinzivillo (i fratelli Antonio e Crocifisso Rinzivillo) continuavano a comandare il clan mafioso di Gela (che aveva articolazioni anche nel Lazio, in Lombardia e pure in Germania) tramite Salvatore Rinzivillo, nominato di fatto reggente del clan qualche tempo dopo la sua scarcerazione, avvenuta nel 2013.
È quanto è emerso dalle indagini condotte dalla Squadra Mobile di Caltanissetta, con la collaborazione del Commissariato di Gela e dal Gico della Guardia di Finanza di Roma, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, che hanno portato oggi alle operazioni “Druso” e “Extra fines” con l’arresto di 37 persone accusate di essere affiliate al clan Rinzivillo. Nel filone siciliano dell’inchiesta, il gip di Caltanissetta ha disposto l’arresto di 31 persone con l’accusa di associazione di stampo mafioso, plurimi episodi di estorsione e detenzione illegale di armi, riciclaggio e auto-riciclaggio, intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali e traffici di droga.
Le indagini parallele svolte dalle Dda di Roma e Caltanissetta hanno accertato “l’attuale operatività” della famiglia mafiosa Rinzivillo, diretta dai reclusi al regime del “carcere duro”, Antonio e Crocifisso Rinzivillo, attraverso il “reggente” Salvatore.

Dopo gli interventi repressivi disposti dalla Direzione Dda di Caltanissetta ed eseguiti dalla Squadra Mobile nel giugno e nel novembre 2015, Salvatore Rinzivillo era stato richiamato in Sicilia da Roma per riorganizzare le illecite attività della famiglia mafiosa e riaffermare il predominio sul territorio, coprendo la vacanza di comando che si era venuta a creare. In questo senso è emerso come Rinzivillo, investito di tale rilevante ruolo di reggente della famiglia mafiosa di Gela, aveva intrapreso diretti rapporti con altri capi mafia palermitani, con mafiosi operativi nella provincia di Trapani e di Catania, mostrando per gli inquirenti “un assoluto dinamismo criminale”, sia rispetto alla commissione di molteplici reati per agevolare l’associazione mafiosa (estorsioni, altri traffici di droga, plurimi episodi di detenzione illecita di armi da fuoco) e riguardo alla diversificazione delle attività commerciali-imprenditoriali riconducibili al clan, con conseguente infiltrazione nell’economia legale.

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