Agrigento

Cupa, intervista al presidente Armao: “Formazione di qualità e ricerca per rilanciare Agrigento”

Presidente Armao, innanzitutto tiriamo un sospiro di sollievo per l’esito di  quei nove milioni di euro e per il possibile avvio di un corso di laurea in veterinaria  che ci aveva anticipato come sorpresa  in una precedente conversazione. Vorrei rifuggire (e certo anche lei) dalla solita retorica delle baronie e della meritocrazia sempre discutibili e invece mettere l’accento e chiederle  della  precisa realtà dell’università agrigentina fatta di risorse tecniche e logistiche, finanziamenti, soluzioni più o meno immediate alle quali lei  si sta dedicando. Senza dimenticare l’ineludibile  “mercato della  formazione” che sarà poco elegante chiedere ma non farlo potrebbe risultare un alibi ipocrita.

“Con il nuovo Cda abbiamo iniziato a lavorare i primi di agosto. Preso atto della già intervenuta chiusura di alcuni corsi di laurea abbiamo iniziato i contatti per un rilancio dell’offerta formativa avviando proficui contatti con università siciliane e non. La stessa Università di Palermo aveva comunicato di avviare una laurea triennale in architettura che poi ha deciso di istituire a Trapani. Hanno poi lanciato una bomba con l’ingiunzione fiscale, ma si é rivelata una bomba di carta”.

Resta il fatto che nel passato delle relazioni con Agrigento ci sono gravi patologie che sarebbe tuttavia opportuno risolvere con un accordo, piuttosto che in giudizio. Agrigento ha avuto una grande occasione, dovuta soprattutto all’intuizione di un innamorato della Sua Città come Ignazio Melisenda, purtroppo, dopo di lui, gestita in funzione dell’Ateneo palermitano. Con l’avvento alla presidenza di Maria Immordino è iniziato un deciso  risanamento ed oggi tocca a noi, chiusa una fase aprirne un’altra, purtroppo con risorse enormemente inferiori. Ecco perché ci vuole un supplemento di determinazione e di coesione delle istituzioni, della politica, della cultura, delle imprese, dei giovani di questo territorio. Ci riusciremo. Quando mi invitarono ad assumere la carica di Presidente ero conscio delle pesanti difficoltà che avrei incontrato. Ho accettato pensando a mia madre che era nata ad Agrigento e che quando ne parlava le si illuminava il sorriso, ai miei nonni che riposano qui, ai tanti amici e giovani che ho conosciuto che portano nel cuore questo luogo straordinario simbolo del cardine tra la civiltà greca e quella romana. Avamposto culturale d’Europa verso l’Africa e le sfide del Nuovo millennio. L’Università ad Agrigento non è solo un servizio al territorio è un’infrastruttura culturale essenziale per lo sviluppo ed il progresso”.

Recentemente Raffaele Cantone responsabile autorità anticorruzione ha anteposto alla legalità  la creazione di un senso di responsabilità che poi produce la legalità. Sull’asse universitario  Palermo- Agrigento quanto vale questa affermazione nel sistema di reclutamento, accesso alle carriere, alla fuga dei cervelli e in definitiva sulla  complessità  dell’”ascensore sociale” universitario quasi fermo,  con tutte  le implicazioni dovute alla debolezza della ricerca e che  combinate alla difficile crescita dell’Italia formano un panorama poco confortante? E’ solo una questione di cultura meridionale e politica?

“Che la cultura sia il più efficace antidoto all’illegalità ed alla mafia è consapevolezza ormai consolidata. Un grande siciliano, Gesualdo Bufalino, affermava che per sconfiggere la mafia é necessario un esercito di maestri. Ma la cultura e l’informazione sono anche l’ingrediente essenziale per il buon funzionamento della democrazia poiché introducono la capacità di controllo sociale diffuso, senza il quale le istituzioni sono indifese da predatori, corrotti o sprovveduti che invocano l’onestà, ma non comprendono la differenza fra un bilancio ed un rendiconto. Il divario economico-sociale nel Paese ha assunto, ormai, proporzioni inaccettabili a causa di miopi recenti politiche che hanno favorito le aree più forti del Paese. L’Università e la ricerca rappresentano oggi il settore dove il divario si accentua di più nel silenzio della politica e delle Università meridionali. 

Alcuni dati sono eclatanti: la percentuale di italiani tra i 30 e i 34 anni che hanno completato gli studi universitari (22,4%) è la più bassa di tutti i 28 paesi Ue ed inferiore alla media (37%). A risultati più soddisfacenti approdano pure Romania (22,8%), Croazia (25,9%) e Malta (26%), mentre primeggiano Irlanda (52,6%) e Lituania (51,3%). Se poi è vero che nell’ultimo decennio la quota dei laureati italiani sulla popolazione in età da lavoro e’ cresciuta dal 5,5% al 12,7% e tra i giovani tra 25 e 34 anni dal 7,1% al 22,3%, il,Paese l’Italia è tra quelli con la più bassa quota di laureati: meno di Germania (29%), Francia (42,9%) e Regno Unito (dove oltre il 45% dei giovani è laureato). Nel Mezzogiorno oltre il 50% del  calo degli immatricolati è concentrato (-37.000 dal 2004 al 2015);  maggiore è la quota di studenti che abbandona gli studi universitari dopo il primo anno (il  17,5% al Sud, contro il 12,6% al Nord e il 15,1% al Centro), la  diminuzione dei docenti di ruolo è stata del 18,3% ed  un terzo dei giovani si iscrive nelle università del centro-nord (oltre 170.000 nell’ultimo decennio).  A lasciare il Sud non sono così solo i giovani laureati alla ricerca di un’occupazione, ma anche coloro che intraprendono il percorso formativo, consolidando il processo di desertificazione di nuove classi dirigenti. E questo mentre crescono rapidamente le percentuali di giovani ‘neet’ (fuori dal circuito formativo e di lavoro)”. 

Bisogna davvero  rassegnarsi alla fine di una università per società d’èlite visto che poi si va a finire in un call center con laurea in tasca?  E’ un buon segno ricorrere alla professionalizzazione dei trienni e puntare a poche lauree triennali di largo respiro capaci di alimentare un numero superiore di lauree specialistiche?

“La laurea non é un pezzo di carta, i nuovi corsi di laurea, sia triennali che specialistici, sono più proiettati sulle nuove professioni. È chiaro che non basta esser laureati per trovare lavoro. Ma nella società dell’informazione, dell’economia globalizzata la specializzazione e la professionalità sono requisiti essenziali per esser competitivi. E non a caso, il calo dell’occupazione è disomogeneo tra i livelli di istruzione: minore tra i laureati e maggiore tra i lavoratori  con licenza media, e del diploma di scuola superiore. Agrigento per troppo tempo ha puntato a duplicare i corsi dell’Università di Palermo, mentre il decentramento universitario, e lo ha ribadito qualche giorno fa il Prof. Mancini, Capo Dipartimento Università del Ministero dell’Istruzione, ospite del nostro Consorzio, per rafforzarsi deve puntare invece alla diversificazione dell’offerta formativa (nuovi corsi) coerente alle peculiarità dei territori.  Se in questa Provincia l’eccellenza é costituita dai beni culturali, dall’agricoltura, dal turismo, dalla pesca occorre puntare a corsi di laurea che formino giovani capaci di guidare i processi di sviluppo e di modernizzazione di questi settori strategici”.

Lei è stato richiesto anche dalla politica e  (me lo saprà confermare meglio) ancora non abbiamo governi che non permettano l’aumento del debito pubblico, si continuano a ignorare le serie politiche di aiuto alla famiglia e il declino di scuola e università. Tutto ci ricade addosso. Per esempio come la mettiamo con quel 71% di docenti bocciati nel recente concorso?

“Le istituzioni universitarie devono mirare ad accrescere i livelli di apprendimento ed a sviluppare nuove competenze anche per superare il gap della nostra forza lavoro, che annovera una delle quote più basse di laureati, riflettendo sia una carenza di lavoratori con un alto grado di istruzione che una domanda capace di privilegiare il lavoro meno qualificato. I contesti nei quali operano le Università sono profondamente diversi. Nel Nord le imprese e le fondazioni bancarie, la capacità reddituale delle famiglie offrono un supporto sconosciuto alle Università del Sud. E per questo che lo Stato deve compensare i finanziamenti non ignorando le profonde differenze. Ma anche la Regione siciliana deve ritornare ad investire nel sostegno del diritto allo studio, restituendo al settore risorse incredibilmente sottratte di recente. L’ultimo rapporto EURISPES dimostra la drammatica riduzione delle borse di studio per i giovani siciliani. Nel bilancio 2012 (che ho firmato da Assessore all’economia) si è raggiunto il maggior incremento poi la drastica riduzione.  Le risorse disponibili sono state ridotte di ben 2/3 ed oggi sono pari a 0 quelle regionali proprie destinate a questo scopo. Comprendo le ristrettezze di bilancio, ma a pagare debbono essere altri, non gli studenti”.

Non vorrei affollare l’intervista, però per ultimo le vorrei chiedere quanto potrà essere di aiuto in questo momento   per l’università agrigentina l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca? Per quel che ha avvertito qui ad Agrigento da presidente del Cupa, che aggiustamenti saranno avviati?

“La qualità dell’insegnamento e della ricerca sono finalmente divenuti rilevanti nell’assegnazione delle risorse, modernizzando un sistema universitario anchilosato come quello italiano, pur ricco di eccellenze, ma nel quale un peso determinate hanno purtroppo avuto le cordate e le parentele. Un sistema nel quale l’età media dei docenti é troppo alta e che rischia, per le scelte scellerate di riduzione di investimenti nell’Universitá degli ultimi anni, di divenire insufficiente alla domanda di competitività delle nuove generazioni. Questi fenomeni affliggono soprattutto gli Atenei siciliani che hanno perduto drasticamente docenti e studenti e che vedono ridurre progressivamente i finanziamenti incentrati su criteri che favoriscono quelli del nord. Occorre invertire drasticamente la tendenza, puntando, soprattutto sull’investimento nella formazione di qualità e nella ricerca per rilanciare il Mezzogiorno, scongiurandone la desertificazione altrimenti inevitabile. 

Agrigento potrà essere esempio di questo rilancio, col nostro lavoro, ma solo se politica, sindacato, imprese, società civile sapranno unire le forze”.

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