Dalla parte degli infedeli: le novene di Ciccio Curaba

Dalla parte degli infedeli: le novene di Ciccio Curaba

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Il preside Curaba con Enzo Alessi

Quadro primo – Del nuovo anno

Ecco gli auguri: un anno prosperoso, un anno felice, un anno…

Credo che ci sia molto da dire: un anno in pace con se stessi. troppi mostri ci sono in giro: gente che in nome della fede uccide, massacra senza pietà, gente che vivendo una visione ancestrale dei rapporti umani crede che la donna con cui vive sia sua proprietà e non accetta rifiuto arrivando all’uccisione. Gente che ruba non per bisogno ma per divertimento.

E la società dei consumi non aiuta a riflettere, ragionare sulle cose; si trasmette un’ansia assurda, una mania ossessiva di avere a tutti i costi.

Eccoli, grandi e ragazzi con il telefonino “ultimo urlo” tra le mani e stare ore e ore in un rapporto virtuale con altri che schiavizza. Sia chiaro, questi telefonini che fanno foto, danno notizie, sono utilissimi. Ma bisogna saperli adoperare non diventarne schiavi.

Abbiamo bisogno di augurarci più riflessione, meno compulsione, più capacità di ragionare e non agire d’impeto.

Giacomo Leopardi è ancora attuale col suo “Venditore di almanacchi”. Per l’anno nuovo si predicono molte cose, si spera in un anno diverso, ma ragionandoci, così si è detto anche per l’anno prima e ancora il precedente. Si gioca con la speranza, si creano illusioni.

A me basta un anno sereno, in cui l’intelligenza, la comprensione non venga meno. E poter guardare negli occhi le persone a me care e sorridere. E ancora Leopardi mi soccorre con “Il sabato del villaggio”:  “Godi fanciullo mio, stato soave, stagion lieta è codesta; altro dirti non vo. Ma la tua festa, ancor tarda a venir, non ti sia grave”.

Alla faccia dei pessimisti questi versi sono un inno alla speranza, un invito ai giovani a credere nel domani.

Quadro secondo – Hoefer racconta Camilleri

Non sopporto coloro che avendo conosciuto un personaggio importante (specialmente in letteratura) scrivono libri di ricordi per promuovere se stessi. con Andrea Camilleri ho avuto la fortuna di una lunga frequentazione nel periodo tra il 1976 e il 1985; poi man mano che Andrea si è imposto con la narrativa abbandonando la regia, e inoltre con l’avanzare degli anni è venuto poco dalle nostre parti, ci siamo frequentati sempre meno anche se il mio affetto, la mia stima e la mia riconoscenza non si sono mai affievoliti. Lo leggo, e mi piace ricordare quando alcune delle cose che leggo me le raccontava alla “Marina”.

Qualche tempo addietro ho saputo di personaggi che vivono in questa terra all’ombra di altri (specialmente se politici) e che scrivono su Camilleri; mi si è rivoltato lo stomaco; opportunisti e basta.

Ma da qualche giorno ho fra le mani un libretto edito da Dario Flaccovio: “Hoefer racconta Camilleri, gli anni di Porto Empedocle con prefazione di Melo Freni e a cura di Andrea Cassisi e Lorena Scimè. Libro onesto perché veritiero; Hoefer, poeta di valore, fu vero amico di Camilleri negli anni giovanili; con lui intrattiene da anni un rapporto telefonico mai interrotto.

Cassisi e Scimè hanno sollecitato i ricordi di Hoefer, ne hanno fatto un piccolo ma divertente viaggio dentro il “pianeta” Camilleri, senza presuntuose autocelebrazioni.

E se Hoefer ha parlato di Andrea è avvenuto per sollecitazione non per se stesso.

Allora, leggere questo libretto ha un senso; ho ritrovato anche la IV edizione del “Premio nazionale Empedocle” laddove una giuria della quale facevo parte premiò Hoefer per la poesia mentre un comitato di lettura di cui faceva parte Camilleri premiò Leonardo Sciascia per il libretto “Occhio di capra” che riportava espressioni della civiltà contadina di Racalmuto.

Nel libretto si ricorda il teatro Mezzano, la Torre Carlo V e la spiaggia di Porto Empedocle. Ricordi vivi che Camilleri ha reso famosi nei suoi libri (specialmente Montalbano), ma io non dimentico mai “La strage dimenticata” che denunziò la morte di 114 detenuti presso la Torre Carlo V a Porto Empedocle; e proprio nel 1985 rappresentai, grazie alla collaborazione di ben quattro gruppi teatrali amatoriali della provincia di Agrigento, “Strage di Stato a Porto Empedocle” dinanzi a quasi duemila persone al palasport della città marinara. Non tutti furono felici di quella rappresentazione e lo stesso Andrea si preoccupò per me (e io per evitargli qualche mala reazione non lo invitai alla rappresentazione). Ma la maggior parte della gente rispose benissimo accettando la critica di Camilleri perché alla strage fisica seguitò un’altra “strage”, quella della memoria.

Camilleri non è stato mai complice. Questo gli riconosco (tra tanti meriti) il suo maggior merito.

Hoefer ha ricordi nitidi, struggenti. Lavoro serio quello di Cassisi e Scimè e ottima e onesta prefazione quella di Melo Freni che conobbi tanto tempo addietro grazie a un prete-scrittore di Raffadali, Domenico Cufaro, ricordato recentemente grazie a una iniziativa della biblioteca comunale di Raffadali e del preside Luigi Costanza, attuale assessore alla Cultura. Libri di Cufaro sono stati donati a alcuni studenti della media locale.

Leggete, riflettete e divertitevi col libretto di Andrea Cassisi e Lorena Scimè, entrambi siciliani di Gela e Catania.

Quadro terzo – Le novene a casa

Conosco il preside Franco Curaba da una vita. Diciotto anni addietro quando seppe che ancora giovane (allora, s’intende) mi ero messo in pensione, pensò bene di chiedermi di fare l’esperto presso la scuola che lui dirigeva: il “Nicolò Gallo” di Agrigento. Una scuola che aveva preso in mano con pochi studenti e dove il marasma didattico era ai massimi livelli. In un paio di anni ne fece una scuola rispettosa delle regole civili e portò gli alunni ad almeno il quadruplo di quelli che aveva trovato. Oggi in pensione, Curaba ama le tradizioni popolari e così da alcuni anni a casa sua, a Raffadali, organizza la novena. Si dirà: non è il solo. È vero. Ma Curaba fa della novena un’occasione di incontro, di vero recupero dei canti e delle litanie del passato, intanto le persone che ogni sera andavano a “Casa Curaba” superavano le cinquanta e tutte dentro casa; il giorno della messa sono state quasi cento (a celebrarla un prete birmano da anni a Raffadali); e anche un coro per la serata finale.

Della novena ne ha fatto occasione di incontro, di recupero di amicizie; incontri anche con persone di altri comuni appositamente convenuti a casa Curaba. E lì, il noto poeta Enzo Argento leggeva le poesie legate alla natività e ai valori familiari. Bravo Ciccio Curaba che adesso punta alla terza edizione del Premio Serroy che organizza con la Cna.

E con lui cammino anch’io col presepe che faccio in casa (regista mia moglie) con oltre centocinquanta statuine, sessanta casette di varia misura, montagne, fiumi e altro. insomma, un’intera stanza laddove fede, tradizione, arte, memorie si fondono. Ed è bello vedere anziani e ragazzi guardare assieme e magari fare le stesse esclamazioni. È bello ritrovare il proprio vissuto e una sedicenne mettere il bambinello nella stalla la notte di Natale (lo fa dai primi anni di vita).

Diceva Eduardo De Filippo nella famosa commedia “Natale in casa Cupiello”: “Ti piace o presepio?”.

Lo confesso, a me, a noi, piace sia la novena che il presepe. C’è vita!

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