Cronaca

Dopo la sentenza parla la moglie di Carmelo Licata: “Morire senza un perché e nessuno paga”

Un attimo prima sei un padre e un marito sereno, poi il buco nero della morte che ti coglie all’improvviso, “senza nemmeno il tempo di salutare”.
Questa frase per riassumere la vicenda di Carmelo Licata, il cinquantatreenne castelterminese, morto, lo scorso novembre, su quella che è ormai per tutti la statale della morte. A distanza di dieci mesi arriva la sentenza, emessa dal Gup del Tribunale di Agrigento.
Salvatore Rinaudo, accusato di omicidio stradale, è stato condannato a due anni di reclusione. La pena però è sospesa. Rinaudo, che ha scelto di patteggiare, aveva ammesso subito le proprie responsabilità: andavo troppo veloce, aveva detto agli inquirenti immediatamente dopo l’incidente. Quella del 18 novembre era una serata di pioggia torrenziale, una di quelle condizioni in cui la strada della morte diventa ancora più spietata. Carmelo Licata percorreva la 189 in direzione Agrigento. Da Casteltermini, suo paese di origine, come ogni giorno, stava andando a lavoro. All’altezza del bivio per Comitini l’impatto. La sua Fiat Punto si scontra con la Mercedes di Rinaudo, che procede in senso opposto. L’impatto è talmente forte che Licata muore sul colpo. Nell’incidente rimangono coinvolte altre quattro automobili, colpite addirittura dal motore dell’auto di Licata, schizzato via per l’urto. Il bilancio è di un morto e due feriti. A quasi un anno dalla tragedia a parlare é Pinuccia Firrera, vedova di Carmelo Licata.
“Non ce l’ho con i giudici, dice. Loro applicano la legge e fanno il loro dovere. Ce l’ho con il sistema. Non è ammissibile che un padre di famiglia muoia andando a lavoro e che per lui non ci sia la giustizia meritata. Chi lo ha ucciso correva a velocità estrema. Pioveva anche a dirotto e le condizioni della 189 sono sotto gli occhi di tutti. E’ mai possibile che una persona condannata per omicidio stradale non debba fare un solo giorno di carcere e debba stare serenamente a casa insieme con la sua famiglia? La nostra di famiglia invece è spezzata per sempre. Quale la colpa di mio marito, se non quella di andare a lavoro con la prudenza che lo contraddistingueva?”.
Pinuccia Firrera ricostruisce l’ultima ora di vita di Carmelo. Lo fa con i singhiozzi strozzati in gola. Con lei c’è il più piccolo dei suoi tre figli, quattro anni appena. “Carmelo aveva l’abitudine di salutare me e i suoi figli prima di andare a lavoro. Ovunque ci trovassimo, veniva a cercarci. Il piccino quella sera non voleva staccarsi dal papà. ‘Portami con te, gli ripeteva’. Carmelo gli aveva promesso che l’indomani sarebbero andati insieme al parco giochi. Poi abbiamo preso un caffè e ci siamo salutati. Erano le 18 e 30. Mezz’ora dopo il buio totale. Il giorno più triste della nostra esistenza. Non c’è più stato il domani, né per me né per i miei tre figli. Capite bene quanto possa essere difficile il quotidiano per noi. Come spiegare a un bimbo di quattro anni che papà non tornerà più da lavoro. Come fare accettare l’amara verità a un adolescente di 17 ed ancora al maggiore poco più che ventenne? Io e i miei ragazzi paghiamo ogni giorno lo scotto di quanto accaduto. E non possiamo darci pace. Perché Carmelo ci è stato letteralmente ‘rubato’ e la giustizia terrena non sta dandoci indietro nulla”.
Le parole della vedova Licata puntano un faro su una serie di nervi scoperti.
Da un lato le condizioni da sempre inadeguate di una strada importante, che collega Agrigento al capoluogo siciliano, lambendo diversi paesini interni. D’altro canto c’è la questione della legge sull’omicidio stradale. La normativa, approvata nel 2016, ha avuto, ad oggi delle applicazioni, che lasciano spazio a più di un dubbio. Il reato viene graduato su tre varianti. Nell’ipotesi base (quella relativa al caso Licata), quando cioè la morte è causata dalla violazione del codice della strada (nella fattispecie, l’eccesso di velocità da parte di Rinaudo), la pena va da 2 a 7 anni. La sanzione sale sensibilmente negli altri casi: in guida in stato di ebrezza grave o sotto effetto di stupefacenti si rischiano dagli 8 ai 12 anni di carcere. In concreto, rarissimi sono i casi in cui il colpevole finisca dietro le sbarre.
Seguendo il report di Polizia e Carabinieri, relativo agli incidenti mortali nel primo semestre del 2017, in Italia si registra più di un caso al giorno. Malgrado la legge, in strada si continua a morire quotidianamente. All’indomani della pronuncia del Gup, è partito un battage reale e virtuale tra gli amici di Licata, che non digeriscono la sentenza.
Licata era molto conosciuto a Casteltermini, era impiegato statale, ma anche un grande appassionato di musica (dirigeva una banda locale) e molto attivo nel volontariato. Un amico lo ricorda così: “faceva molto bene. Dava ai poveri e lo faceva nel silenzio. Come dimenticare poi il servizio prestato per anni alla cognata disabile. Era un uomo di fede. Come lui tutta la sua famiglia”.
La vedova Licata conclude la chiacchierata con noi, rivolgendoci un appello accorato: “Credo in Dio e la fede mi spinge ad andare avanti. Oggi voglio fare un sfogo in onore di mio marito, con la speranza che la società sappia quanto accade nel sistema normativo italiano. Purtroppo, considerato che Rinaudo è ricorso al patteggiamento, non possiamo neppure ricorrere all’appello. Cosa mi resta? Ricordare Carmelo e invocare la giustizia che meritiamo, sperando che arrivi”.
mi-piace

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