Il partito e la famiglia
Secondo la Procura di Milano si tratta di truffa allo Stato. La paghetta ai figli (5 mila euro) e lui, l’Umberto, appena raggiunto da un’informazione di garanzia, che ne era al corrente, come ha detto il tesoriere della Lega Belsito. È questo l’uso fatto dei rimborsi elettorali al partito. E ci sono ancora le vicende Cipro e Tanzania da chiarire, i capitali “investiti” lì dal Carroccio. Denaro pubblico sparso in mille rivoli, dilapidato, gestito per finalità tutt’altro che politiche dal Senatur e dal suo “cerchio magico”. E si ha la sfacciataggine, nella Lega, di mettere questa (ancora presunta) truffa sullo stesso piano di quella storicamente provata e perpetrata dallo Stato per sessant’anni a danno dei cittadini del nord che hanno pagato le tasse per mantenere un Mezzogiorno sottosviluppato e assistito. Siamo al burlesque, per usare una parola alla moda. Dirigenti e deputati leghisti non vogliono prendere atto di una stagione finita. Finita ingloriosamente. E che il popolo del nord è stato ingannato. Nessuna delle promesse ventennali mantenute. Nessun obiettivo raggiunto tra quelli più sentiti dalla base del Movimento. Il federalismo, così agognato, è naufragato nel presunto “magna magna”, personale e familiare, del denaro pubblico. La Lega è vissuta di demagogia e di simbolismi beceri: secessione, Padania indipendente, riti celtici, ministeri al nord. Per più d’un ventennio è riuscita a illudere cuori e menti di un popolo in buona fede, stanco della partitocrazia e desideroso di novità. Ma di novità più materiali (il portafoglio, i soldi mantenuti al nord) che ideali. Non ha fatto i conti questo popolo con il volto che il potere, ogni nuovo potere assume una volta consolidato, romanizzato. Una volta imborghesito. Il suo aspetto, lontano dalla provincia e dal proprio territorio, diventa familistico e clientelare, muta colore come il camaleonte. Soprattutto non ha fatto i conti con la globalizzazione, che vanificava ogni idea di piccola patria euroscettica e padrona assoluta della propria ricchezza. A un certo punto questa Lega ha dato avvio, senza avvedersene, al proprio tramonto. Alleata di Berlusconi, ha votato tutte le leggi ad personam; ha tenuto in vita un governo che faceva precipitare il paese nel burrone della recessione e del discredito internazionale. È demerito suo e del Pdl segnatamente se l’Italia non è riuscita a costruire una destra presentabile in Europa. Da noi, esclusa la breve fase post-risorgimentale, la destra o è stata fascista oppure populista e secessionista. Ed è ciò che ha reso anomalo il nostro paese e anormale la democrazia italiana. Obbligata dagli eventi, dalla bufera che si è abbattuta sulla sua immagine e credibilità, la Lega ha scelto infine la strada delle “mani libere”: contro il governo Monti, contro tutti, da sola alle elezioni; e un nuovo leader al prossimo congresso. Ma a parte il successo di Tosi a Verona, i risultati elettorali sono stati deludenti. Come si prevedeva. E pare difficile una sua ripresa, sommersa com’è dalla valanga Grillo che in realtà si abbatte anche sugli altri partiti. Non meraviglierebbe dunque se nel futuro la Lega rimanesse confinata nel proprio ambito territoriale e provinciale. Sino alla sua definitiva uscita di scena. Ma occorre che i partiti riformisti si approprino di un tema serio come quello del federalismo fiscale e solidale per rendere l’Italia più giusta e meno divisa.







