La festa americana di Agrigento

“Una festa americana” è l’ultimo libro scritto da Settimio Biondi e dato alle stampe dal Centro Pasolini con i suoi ultimi spiccioli rimasti – così mi precisa il figlio Beniamino. Gesto altamente meritorio perché “La festa americana” che costituisce il suo primo capitolo è un aureo libretto di poco più di 280 pagine . A noi è accaduto di leggerlo in una notte d’insonnia e come capita spesso quando incontri per strada o ascolti Settimio Biondi in un qualche intervento a braccio, rimani incantato ad ascoltarlo. Col libro accade di “peggio” e l’agrigentinità o l’agrigentitudine, o come diavolo volete chiamarla, ti entra nelle ossa, ti pervade mente, cuore e frattaglie e ti senti perdutamente avvolto dallo spirito del tempo che fu e con più di un brivido se lo confronti con quello attuale. Può diventare una discesa agli inferi per i minorenni e per gli adulti un inane assalto al paradiso della conoscenza. Dopo “I vecchi e i giovani” di Pirandello e questo “Festa americana”, solo un altro libro semisconosciuto dagli agrigentini, “Il Paradiso terrestre” di Sergio Campailla, un volumone di 570 pagine presentato ad Agrigento nel 1988 e tra i relatori lo stesso Biondi, ci metteremmo in prima fila tra i libri di formazione. Libri che dopo averli letti sai che fare e dove andare. Oltre che scrivere e firmare. Ambientato totalmente ad Agrigento racconta la storia di una collettività oppressa dalla siccità e dalla mafia (dell’acqua) e della gestione del bene comune a fini di profitto economico e consenso politico. E che rimette a nudo i principi elementari dello stare a questo mondo. Il romanzo di Campailla contiene nelle sue pagine una chicca straordinaria, la descrizione della festa di san Calò (che nel libro di Biondi viene definita “americana”) elaborata da un non agrigentino come Campailla come se raccontasse di un Eden infernalizzato, la scalata di un luogo inaccessibile liricizzato tra il realistico, il surreale e il grottesco. Biondi non è da meno. Si comincia con il primo capitolo, appunto, “Una festa americana” dove si può leggere ”San Calogero era la festa del Rabatello e il Rabatello era la festa di San Calogero, che appariva e spariva nei sogni, bastonava, intimoriva, dava segni, consolazioni. La più grassa delle speranze era la sua festa e non veniva negata a nessuno”. E poi si procede con “Sorvegliare e cognominare” di fronte alle cui argomentazioni “impallidisce” il vecchio detto “Sorvegliare e punire” di Theodor Adorno di scuola francofortiana. Ne volete un piccolo assaggio? Eccolo: ”Nessun uomo che non sia un libro o un suo macero, una sua slegatura, è tanto adoperabile quanto l’uomo agrigentino”. E dopo aver letto un intero capitolo su “Domenico Alvise Galletto”, autore e attore di teatro valorizzato (glielo abbiamo sempre detto a Galletto) da Giovanni Taglialavoro che su Teleacras gli affidò spazi di recitazione consoni ai testi del raffadalese), leggetevi “La frana rivoluzionaria”, “La sinistra inurbata”, “Rabatè” (brani di questo capitolo sono stati letti dall’attrice Giusi Carreca omaggiata da un baciamano di Matteo Collura per la sua intensa interpretazione) “La città onanista” e per finire “I netturbini e la cultura”. Una delle massime di Biondi recita infatti: ”La percezione storica non si dichiara mai scaramantica e la ragionevolezza non comporta mai afflizione. Come gli uccelli che volano, la speranza atterra sempre dopo di noi, sapendo che tra presente e passato si stende una rete pericolosa”. Da ottimo trapezista della storia, Biondi ha la discrezione di preparare per i lettori una rete di protezione e alla stampa rilascia dichiarazioni come epigrafi o dettami pedagogici che certamente gli furono insufflati da un suo maestro, il prof. Edoardo Pancamo a cui “Una festa americana” è dedicato: “E’ una antologia di conoscenza storica di Agrigento. Non è storia pura ma attraverso resoconti della fantasia e della memoria, attraverso anche una ricerca puntuale di situazioni e di cognomi nazioni, di eventi, di circostanze che ci sono state, si finisce spero gradevolmente e criticamente a mettere il lettore nelle condizioni di amare maggiormente questa città conoscendola meglio. Quindi non un amore sprovveduto ma un amore critico, rifondato su una visione anche, se vogliamo, un po’ malinconica della nostra città. Il libro è rivolto ovviamente ai lettori ma io mi auguro che possa servire ai lettori di domani o di dopodomani, quelli che non conosceranno me se non per ritrovare quel cognome e per non chiedersi nulla su di me perché la voce non mi riguarda, e che non conosceranno noi che oggi siamo presenti qui. Comunque conosceranno che in quest’anno 2012 è uscito un libro che racchiude articoli e anche inediti e scritti che danno una visione diversa dell’Agrigento ufficiale. Io ho paura che nel futuro la storia di Agrigento possa sembrare quella che è la storia ufficiale di oggi, cioè la storia delle istituzioni, la storia dei personaggi politici, la storia dei discorsi politici. Mi auguro che invece ci sia anche una storia della cultura che possa fare da correttivo fisico e da antidoto a tutte le cose che invece circolano come materiali di formazione storica eveniente”. Gli fa eco Matteo Collura che insieme a Giovanni Taglialavoro ha presentato il volume alla presenza del sindaco Zambuto di cui Biondi è stato assessore: “E’ un libro che parla di Agrigento e ovviamente quando lo scrittore parla del luogo che più conosce, che è quello della sua nascita e quindi dove ha vissuto, parla del mondo. E’ un libro che parla dell’esperienza di ognuno di noi, ci serve per capire meglio da dove veniamo ed eventualmente dove potremmo andare. Tra l’altro è un libretto con un risvolto di struttura narrativa che non sospettavo. Non è un saggio, c’è una intenzione pedagogica, come al solito nelle cose di Settimio Biondi e ci sono anche dei momenti poetici, direi, lirici, godibili dal punto di vista della lettura. Biondi scrive perché fra cento centocinquant’anni quando non ci saremo più, chi viene dopo di noi vedrà, oltre allo sfascio dell’Agrigento dei tolli come lui dice, potrà anche assaporare altre cose, giudicare attraverso altri parametri che non sono solo quelli della devastazione urbanistica.” Il libro non è in vendita e se volete entrare “nella” storia occorre chiederlo al Centro Pasolini. Che vi farà la grazia come il San Calò della “festa americana”.







