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La guerra mondiale della Mafia: sterminio degli agrigentini Rizzuto e la scalata al vertice dei calabresi

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I tre boss della famiglia Rizzuto

Da New York all’Australia, le inchieste delle polizie di mezzo mondo ci dicono che i clan calabresi hanno sconfitto Cosa Nostra nella lotta per il controllo delle rotte mondiali del narcotraffico. Ecco come i nuovi padroni del crimine hanno messo fuori gioco i vecchi padrini.

Ndrangheta in USA
Ndrangheta in USA

Bonanno family associate Charles Centaro   is escorted by FBI agents from their Manhattan offices in New York

Lo rivela un’inchiesta di “Repubblica” che merita di essere letta anche per le referenze che evidenzia rispetto al nostro territorio, la mafia siciliana e quella agrigentina di Giuliano Foschini, Marco Mensurati e Fabio Tonacci.

Lorenzo "Skunk" Giordano
Lorenzo “Skunk” Giordano

Laval, sobborgo di Montreal, Canada. Primo Marzo. Lorenzo Giordano ferma il Suv “Kia” blu sull’asfalto innevato del parcheggio del “Carrefour Multisport”, vicino all’Highway 440. Spegne il motore, il crocifisso legato allo specchietto retrovisore sta dondolando. Sono le 8.45, la mattina è gelida. Un killer sbuca a lato della macchina e gli spara alla testa e alla gola, frantumando il vetro del finestrino. Lorenzo “Skunk” Giordano, 52 anni, muore poco dopo in ospedale.

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Joseph “Pino” Acquaro.

Carlton, quartiere italiano di Melbourne, Australia. 15 Marzo. Un signore abbronzato con i capelli ben pettinati esce dal “Gelobar”, la sua gelateria. Sta camminando, è da poco passata la mezzanotte. E’ solo, e la strada è buia. Lo freddano alle spalle sparandogli da un’auto in corsa, senza neanche fermarsi. Tre ore dopo un netturbino scende dal camioncino e si avvicina al cassonetto. Accanto c’è il cadavere di Joseph “Pino” Acquaro, 50 anni, famoso avvocato.

Ancora Laval, 27 maggio. Alla fermata dell’autobus su bouèlevard “St. Elzear” è seduto un uomo, sui trent’anni, vestito completamente di nero. Scarpe nere, pantaloni neri, giacca nera, occhiali neri. Sono le 8.30. La Bmw di Rocco Sollecito, come previsto, passa sul bouèlevard . Il semaforo è rosso, si ferma. L’uomo nero si alza, e punta la pistola contro il finestrino della macchina. Rocco “Sauce” Sollecito, 62 anni, scivola sul sedile imbrattato del suo sangue, colpito a morte.

Rocco Sollecito, uno dei boss del clan Rizzuto
Rocco Sollecito, uno dei boss del clan Rizzuto

Canada, Australia, Stati Uniti. Reggio Calabria. Il terremoto di sangue ha un epicentro silente: New York. E nuovi clan emergenti che hanno preso troppo potere, come gli Ursino, ndranghetisti di Gioiosa Jonica. L’onda d’urto si è propagata su tutto il pianeta. Le vite affogate nel piombo di “Skunk”, “Pino” e “Sauce” sono scosse di assestamento. La chiamano la “guerra mondiale della mafia”.

LA SESTA FAMIGLIA. New York, quindi. Niente è come prima. Le cinque grandi famiglie di Cosa Nostra (Gambino,Bonanno,Lucchese,Genovese,Colombo) non sono più quelle di prima. Lo documentano le ultime inchieste dell’Fbi, condotte insieme agli investigatori del Servizio Operativo Centrale (SCO) della Polizia Italiana. Due settimane fa l’Fbi ne ha catturati 46 tra la Florida, il Massachusetts, New Jersey, New York e il Connecticut: capi, mezzi capi e paranza dei Gambino, dei Genovese, dei Bonanno. E’ finito dentro anche il 23enne John Gotti jr., nipote dell’ultimo grande boss di Cosa Nostra americana. Assediati dalle indagini e indebolite da un ricambio generazionale difficoltoso, i siciliani stanno cedendo spazio, in maniera apparentemente quasi del tutto incruenta, alla mafia calabrese. Nella Grande Mela i clan mafioso dei Commisso e degli Aquino-Coluccio si sono insediati da anni, ma chi sta rivendicando un ruolo come “Sesta Famiglia” sono gli Ursino di Gioiosa Jonica. E questo è un problema per tutti. Una Sesta Famiglia c’è già. Pur non ammessa nel gotha criminale di New York, la famiglia Rizzuto di Montreal, in Canada, hanno storicamente un legame stretto con i Boxano. Se c’è da mettere in piedi un affare di certo peso – partite di cocaina, armi, riciclaggio – i referenti sono loro. Un rapporto che da un po’ di tempo non è più così solido. Tra il 2012 ed il 2013 una fonte confidenziale dell’Fbi rivela che Francesco Ursino, il boss dell’omonima cosca storica alleata dei Cataldo di Locri, ha chiesto ai Gambino di poter lavorare sulla piazza di New York “proprio come una sesta famiglia”. Chiesto, per modo di dire. A questo giro sono i siciliani di Cosa Nostra a trovarsi di fronte un’offerta che non si può rifiutare, perché quando ha bussato alla porta dei Gambino Francesco Ursino in realtà si era già preso tutto: le rotte del narcotraffico, i contatti con i cartelli sudamericani, il controllo dei porti e dei cargo. Il boss parlava a nome non di una famiglia sola, ma di quello che gli investigatori nell’indagine “New Bridge” definiscono un “consorzio” di clan della Locride. Rifiutare avrebbe voluto dire per i Gambino ingaggiare una guerra senza senso e dall’esito alquanto incerto. Meglio mettersi d’accordo e accettare di fatto.

Francesco Ursino
Francesco Ursino

I BROKER E I CARTELLI SUDAMERICANI. Da anni i calabresi lavorano nell’ombra a New York, negli scantinati delle loro pizzerie e nei retrobottega dei loro “Italian Restaurant”. Volano a Bogotà e San Josè nel weekend, fingendosi turisti. “Se volete sapere cosa succede a New York, cercate in Centro America; se volete sapere cosa succede tra i Cartelli del Golfo guardate chi comanda a New York.” spiega Anna Sergi, criminologa dell’università “Essex”, studiosa delle proiezioni della ‘ndrangheta all’estero. E in Centro-Sud America succede che i calabresi comandano. Marcano il territorio. Agganciano intermediari. Sparano il meno possibile. Più finanza meno casini. La gola profonda che ha spiegato alla DEA e all’FBI cosa si stava muovendo nel ventre criminale della Grande Mela si chiama Christopher Castellano. E’ proprietario di una discoteca nel Queens, il “Kristal’s”, che usa per nascondere quello che in realtà è: un broker dei “Los Zetas”, il pericolosissimo cartello messicano paramilitare dei disertori dell’esercito che si avvale di lui per commerciare stupefacenti negli States e in Europa. Con i narcotrafficanti, Christopher ha fatto una montagna di soldi. La festa dura poco,però. Lo arrestano nel 2008, e lui, pur di uscire di galera, canta tutto. Si vende ai poliziotti due calabresi: Giulio Schirripa e tale “Greg”. Racconta di questi due italiani che, usando pizzerie come copertura e i soldi della ‘ndrangheta come garanzia, stanno muovendo tonnellate di cocaina nascosta nei barattoli di frutta trasportati dalle navi. “Hanno un pipeline attraverso gli oceani”, sostiene Castellano. Se girano grosse partite di cocaina tra Costarica, Usa, Canada ed Europa è roba loro. Distribuiscono, smistano, gestiscono, aprono società fittizie di import-export, corrompono doganieri. A New York vanno a cena con i Genovese. A San Josè si incontrano con gli uomini di Arnoldo de Jesus Guzman Rojas, il capo del cartello di Alajuela. A Reggio Calabria riferiscono al clan Alvaro. Sono dei “facilitatori”, insospettabili perché incensurati: creano le condizioni per portare la polvere bianca dai laboratori nella giungla del Costarica al naso dei consumatori. Schirripa, arrestato insieme a Castellano, è l’archetipo dell’emigrato calabrese alla conquista di New York. Gregorio “Greg” Gigliotti, l’epigono. Chris Castellano è divenuto carne morta nel momento stesso in cui ha aperto bocca con gli agenti federali. 4 Luglio 2010, negli Stati Uniti si festeggia il giorno dell’Indipendenza. Ad Howard Beach, nel Queens, lo spettacolo dei fuochi d’artificio è iniziato poco prima di mezzanotte. Castellano però non ha gli occhi al cielo, sta frugandosi nelle tasche per cercare le chiavi della macchina. Un colpo solo alla nuca. Nessuno si accorge di niente. Castellano non potrà mai più parlare con l’Fbi.

Rocco Schirripa
Rocco Schirripa

L’UOMO CHE MANGIAVA IL CUORE. Intanto, però, gli investigatori hanno messo sotto controllo i cellulari e riempito di cimici i ristoranti di Gigliotti, nel Queens, tra cui il famoso “Cucino a modo mio”, citato nelle varie riviste specializzate. “Non c’è un grammo di cocaina in Europa che non sia passata tra le mani di Gregorio”, ripetono spesso i complici dell’italiano, terrorizzati dalle escandescenze di Gigliotti. Quando si arrabbia, col suo dialetto calabrese impastato da uno slang americano, può dire cose terribili: “Una volta mi sono mangiato un pezzo di rene e un pezzo di cuore”m sbraita con la moglie, irritato da un altro calabrese che sta provando a inserirsi nel suo business. Il centro dei suoi affari è il Costarica, dove ha contatti con i narcotrafficanti. “E digli che non facciano troppo i furbi” ripete loro quando li spedisce in Sudamerica. Lui accumula denaro, i poliziotti dello Sco e dell’Fbi, ascoltano e anticipano qualsiasi mossa. Porto di Anversa, 16kg di cocaina sequestrati. Porto di Valencia, 40kg di cocaina sequestrati. Wilmington, 44kg. Porto di Rotterdam, 3 tonnellate. Poi l’8 maggio scorso lo arrestano. Finisce dentro anche suo figlio Angelo. Ma poche settimane dopo torna in libertà grazie ad una cauzione di 5 milioni di dollari. Pagata ovviamente in contanti.

Cucino a modo mio, ristorante di Gigliotti
Cucino a modo mio, ristorante di Gigliotti
Il funerale di Vito Rizzuto, la bara d'oro (Foto di Vincenzo D’Alto e Paul Cherry del The Gazette)
Il funerale di Vito Rizzuto

 

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LA MATTANZA CANADESE. Fuori gioco i referenti degli Alvaro, New York se la sono presa gli Ursino. Compresi i contatti con i sudamericani. Le scosse di terremoto si riverberano in Canada, dove le gerarchie si sgretolano. E con esse la pax mafiosa. Dagli anni 80 i criminali italiani emigrati lì si erano divisi gli affari, tra Toronto e Montreal. Ai siciliani del clan Rizzuto la droga; ai calabresi arrivati da Siderno, il gambling, il gioco d’azzardo e l’usura. La mappa l’hanno disegnata nel 2010 gli investigatori italiani che hanno lavorato alla maxi inchiesta “Crimine”, che per la prima volta individuò i vertici della ‘ndrangheta ed è ancora valida. Tre anni fa, il capo dei Rizzuto, Vito, muore di tumore. Nei mesi successivi, in coincidenza con l’ascesa degli Ursino nel quadrante nordamericano, quattro dei sei membri del “Consiglio” del clan Rizzuto vengono uccisi. L’ultimo a cadere è stato Rocco Sollecito. Poche settimane fa, a Montreal, stava per finire in una bara Marco Pizzi, 46 anni, importatore di cocaina per i Rizzuto, sfuggito all’agguato dei sicari che lo avevano tamponato e affiancato con una macchina. Erano mascherati ed armati. “I calabresi hanno attaccato i vecchi poteri”.

Greg Gigliotti e sua moglie
Greg Gigliotti e sua moglie

E’ ‘ndrangheta contro Cosa Nostra. La Guerra Mondiale, quindi.

Pasquale "Pat" Barbaro
Pasquale “Pat” Barbaro

LA FAIDA AUSTRALIANA. La scia di sangue si allunga fino all’Australia, dove il golpe calabrese sulle rotte della cocaina ha destabilizzato equilibri che si reggevano dalla fine degli anni 70. La famiglia Barbaro sembra aver perso il passo, e i contatti con i nuovi importatori sarebbero passati nelle mani di Tony e Frank Madafferi. A Melbourne i calabresi combattono contro i calabresi. Frank Madafferi e Pasquale “Pat” Barbaro furono indagati nel 2008 nel processo per il più grande carico di metanfetamine mai intercettato nella storia del narcotraffico: 4,4 tonnellate di ecstasy per un valore di 500 milioni di dollari australiani, circa 340 milioni di euro in pasticche stivate in una nave che trasportava lattine di pomodoro. Ma quel processo non è l’unica cosa che accomuna Frank e Pat.

Frank Madafferi
Frank Madafferi

 

A unirli, come spesso accade, anche la scelta dell’avvocato: il professionista italo-americano Joseph Aquaro. L’uomo trovato morto dal netturbino davanti alla sua gelateria, lo scorso marzo. Le indagini sono ferme al palo anche se un paio di elementi hanno attirato l’attenzione su Madalferi: in particolare alcune intercettazioni in cui si dichiara proprietario di Melbourne (E’ mia, non di Pasquale) e si dice anche pronto a uccidere il rivale (“Gli mangio la gola”). Ma soprattutto il racconto di un pentito ha spiegato alla polizia come nel sottobosco malavitoso di Melbourne tutti sapessero della taglia che Tony aveva da poco messo sulla testa dell’avvocato, colpevole a quanto pare, di aver cominciato a parlare un po’ troppo con i giornalisti e investigatori: 200.000 dollari australiani il prezzo.

UN ARRESTO A FIUMICINO. Chi li abbia incassati non si, ancora. Quello che si sa è che pochi giorni prima dell’omicidio, all’aeroporto di Fiumicino, i carabinieri di Locri avevano arrestato Antonio Vottari, 31 anni, accusato di gestire i traffici di droga tra il Sudamerica e l’Europa per conto delle cosche di San Luca. Rientrava da Melbourne, dove da anni trascorreva la sua latitanza, con un visto da studente.

Antonio Vottari
Antonio Vottari

Le sorti della guerra mondiale della mafia la decidono in Calabria. Tutto parte da là. E tutto, prima o poi, là ritorna.

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