La Nuova Cupola guidata dai “perdenti” Totò Fragapane, Ribisi, Messina e Sutera
Dal carcere comandava ancora. Subissato di ergastoli, Salvatore Fragapane, boss di Santa Elisabetta ormai in carcere dal 1994, era riuscito a crearsi un ruolo decisivo nella gestione degli interessi mafiosi di Cosa nostra, riuscendo a collocare accanto al nuovo reggente provinciale, Leo Sutera, di Sambuca di Sicilia, due fidatissimi suoi uomini: il palmese Francesco Ribisi, figlio di Gioacchino, ucciso all’interno di una pizzeria di Marina di Palma nell’agosto 1989 e fratello di Nicola, catturato un paio di anni fa con l’accusa di associazione mafiosa e l’insospettabile giovanissimo incensurato, sempre di Palma di Montechiaro, Francesco Tarallo, ombra di Ribisi. Sono proprio i due palmesi i referenti dell’ergastolano Totò Fragapane, immediatamente sotto di un gradino nella gerarchia mafiosa al solo Leo Sutera. Ricostituire la famiglia mafiosa di Palma di Montechiaro dopo la cruenta guerra omicida fra Mafia e Stidda degli anni novanta è sempre stato un pallino di Fragapane. In un primo momento fu egli stesso a tentare di riannodare le fila poi, una volta arrestato, incaricò Maurizio Di Gati di portare a compimento l’opera. Ma il gruppo Ribisi, dopo una prima predilizione verso Di Gati, passo armi e bagagli con l’acerrimo nemico dell’ex barbiere di Racalmuto, ossia il campobellese Giuseppe Falsone. La nuova mafia agrigentina, quella sorta dalle ceneri della vecchia guardia rappresentata da Gerlandino Messina e Giuseppe Falsone, dunque, si sarebbe rinnovata solo parzialmente. Anzi, l’inchiesta odierna dimostra che a gestire oggi Cosa nostra agrigentina – con strettissimi collegamenti con le cosche di Ventimiglia di Sicilia, dove risiede una colonia di palmesi – sarebbero le vecchie famiglie perdenti degli anni 90: Fragapane, dal carcere; Leo Sutera appena tornato libero; il gruppo Ribisi di Palma di Montechiaro tutti alleati con il gruppo di Gerlandino Messina, storico clan di Porto Empedocle. Numerosi i tentativi di sviare l’attenzione degli inquirenti. Ad esempio, l’utilizzo di prestanome a cui intestare ditte, società e proprietà. Maurizio Salemi, Antonio Bruccoleri e Alfonso Tuttolomondo di Porto Empedocle sono stati arrestati per questo: intestazione fittizia di beni con l’aggravante dell’articolo 7, favorire Cosa nostra. E Fabrizio Messina, secondo gli inquirenti, si era ritagliato un ruolo di tutto rispetto: a Porto Empedocle e Siculiana il suo controllo doveva essere totale, spalleggiato da fedelissimi oggi in carcere, come Maurizio Romeo. In parallelo, con i boss, agivano gruppi di giovani usati per compiere rapine e danneggiamenti usando le armi, in grande quantità, di cui la “Nuova cupola” disponeva. Numerosi gli attentati e le intimidazioni compiuti in varie zone della Sicilia. Di rilievo la figura dell’agente di polizia penitenziaria, Rosario Bellavia, “che – sottolineano gli investigatori – si era messo a disposizione delle cosche, passava informazioni dal carcere e si è in più occasioni attivato per segnalare l’eventuale presenza di microspie all’interno delle zone del penitenziario agrigentino”, soprattutto quelle destinate ai colloqui e soprattutto per favorire i componenti del clan di Siculiana.







