La Torre e Dalla Chiesa, due vite oltre l’ostacolo
Un’escalation di morti ammazzati. Palermo come Beirut. Tra il 1979 e il 1984 cadono sotto il piombo mafioso magistrati, commissari di polizia, il superprefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, politici, giornalisti, cittadini innocenti. La società civile, il Pci, il sindacato, la Chiesa siciliana finalmente si mobilitano contro la furia sanguinaria della mafia. Il cardinale Salvatore Pappalardo, nell’autunno del 1981, tiene un’omelia di forte condanna. “Messa antimafia” scrivono i giornali. Provocando la sua reazione: “Una messa non è mai contro qualcuno”. Da dodici anni Pappalardo governava la Chiesa siciliana. E con uno stile pastorale opposto a quello di Ernesto Ruffini. “Non sono né presidente della Regione né sindaco né prefetto né presidente di Provincia” disse quando s’insediò a Palazzo Arcivescovile. E in queste parole c’è il senso della sua “missione Palermo” e di quanto poco tenero sarebbe stato con quei potenti che avevano ridotto la politica, come scrisse sull’Ora Antonio Calabrò, a trama di potere e traffici di clientele. Sicilia terra difficile. Ma a consolidare la svolta della sua Chiesa contribuì poi la visita nell’isola di papa Wojtila, le sue parole chiare e forti: “Mafiosi pentitevi”. Nella Cattedrale di Palermo ad ascoltare l’omelia del cardinale Pappalardo c’era, quel giorno del 1981 in cui si celebrava la festa del Cristo Re, il segretario regionale del Pci Pio la Torre. Cinque mesi dopo, il 30 aprile del 1982, sarebbe stato assassinato dalla mafia. Cinque anni prima aveva proposto una legge antimafia rimasta nel cassetto e approvata solo dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Conosciuta oggi come legge Rognoni-La Torre, introduceva il reato di associazione mafiosa, le indagini patrimoniali, la confisca dei beni di illecita provenienza. Strumenti che permisero poi di celebrare i grandi processi alla mafia. Nel 1981 si era chiusa l’istruttoria su “mafia e droga” scattata dopo l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e condotta da Giovanni Falcone. Centoventi imputati vengono rinviati a giudizio. L’inchiesta aveva rivelato le relazioni della mafia siciliana con quella americana e con alcuni insospettabili ambienti palermitani. Un’offensiva giudiziaria che porta alla scoperta della prima raffineria di eroina vicino a Palermo, alla cattura del boss Gerlando Alberti e di tre chimici francesi e che sconvolge gli equilibri tra le “famiglie” al punto da generare una cruenta guerra interna alla mafia. E tutto questo mentre la decisione del governo di costruire una base militare della Nato a Comiso per istallarvi i missili nucleari Cruise mette a rischio la Sicilia e il mantenimento stesso della pace. Dopo vent’anni d’attività parlamentare, Pio La Torre torna nell’Isola per combattere quella che sarà la sua ultima battaglia politica. Il segretario regionale del Pci è certo che dietro l’istallazione dei missili c’è la mafia, i suoi interessi; e che l’impegno a fianco dei numerosi cortei pacifisti, la raccolta di un milione di firme del popolo siciliano contro la base di Comiso serva a combatterne il predominio. La Torre, come ha scritto di recente Attilio Bolzoni, è l’uomo che prima di tutti intuisce che la mafia siciliana non è un problema di ordine pubblico ma questione nazionale. È lui che, per combatterla, chiede al presidente del Consiglio Spadolini di inviare a Palermo il generale Dalla Chiesa, l’uomo che aveva sconfitto il terrorismo. La sua richiesta viene accolta. Ma La Torre non fa in tempo a vederlo arrivare. Perché viene ucciso proprio il giorno – un giorno di trent’anni fa – in cui il Generale atterra a Palermo. E alla prima domanda che gli viene posta dai giornalisti – Perché è stato ucciso il segretario del Pci? – risponde: “Per tutta una vita”. Tempi difficili e un destino analogo attendono anche lui, cinquantottesimo prefetto di Palermo dall’Unità d’Italia. Il tre settembre dello stesso anno, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, finisce crivellato dalla mafia a colpi di kalashnikov in via Carini. Erano passati cento giorni dal suo arrivo a Palermo. Io andavo al nord in cerca di lavoro. E fu alla stazione di Catania, il giorno dopo, che appresi dai giornali la terribile notizia.







