Licata: Don Ciotti, la Carovana Antimafie e quel “noi” che vince

Licata: Don Ciotti, la Carovana Antimafie e quel “noi” che vince

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Don Luigi Ciotti con i giovani di A testa alta

Don Luigi Ciotti con l'avvocato Catania
Don Luigi Ciotti con l’avvocato Catania
Don Luigi Ciotti
Don Luigi Ciotti
Il 21 settembre la Carovana Internazionale Antimafie, promossa da Arci, Libera, Avviso pubblico, Cgil, Cisl e Uil, ha fatto tappa a Licata. «Le periferie al centro» è stato il tema prescelto per il viaggio di quest’anno. Un viaggio per supportare quelle realtà positive che, nelle periferie con forti spinte all’illegalità, fanno quotidianamente resistenza. L’organizzazione della tappa licatese è stata affidata all’associazione “A testa alta”, che ha scelto, quale sede di questa importante manifestazione, un centro sportivo sorto in un’area periferica della città, il “Falcone e Borsellino”, dove era in programma la prima partita del “Torneo della legalità”, promosso da Acsi, Associazione Centri Sportivi Italiani e Asd Centro Sportivo “S. Sofia”.
“A testa alta” ha voluto che protagonisti della manifestazione fossero le associazioni e e i comitati impegnati sul territorio nella difesa dei Beni Comuni e dei diritti dei Cittadini. L’obiettivo era quello di far conoscere ai “carovanieri” queste importanti realtà associative, che rappresentano una ricchezza per la Città e che, nella diversità delle rispettive finalità e delle specifiche modalità di intervento, hanno taluni obiettivi comuni da raggiungere.
Con grande sorpresa, ad aprire l’evento, è arrivato don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, l’associazione che coordina l’impegno di oltre 1.600 realtà in Italia e in Europa, attive nel contrasto alla criminalità organizzata, alle mafie e nella promozione di una cultura della legalità e della responsabilità. Un incontro inaspettato anche per i “carovanieri” e gli stessi volontari di “A testa alta”, visto che don Ciotti, all’ultimo momento, ha deciso di cancellare un impegno pur di essere presente a Licata.
Dopo la proiezione di un breve estratto del documentario dal titolo “Riprendiamoci ciò che è nostro”, realizzato da “A testa alta” per denunciare il saccheggio ambientale compiuto nei pressi della foce del fiume Salso in nome dello “sviluppo” turistico ed economico del territorio di Licata, è stato proprio don Luigi Ciotti a prendere per primo la parola: «Dopo 25 anni, Rosario Livatino, questo giovane magistrato, così umile, così attento, così profondo, che non faceva tanto chiasso e tanto rumore, ma sentiva forte e prepotente dentro di sé la responsabilità della ricerca della verità e del costruire giustizia, che lezione ci lascia? Ci lascia questa lezione: abbiamo bisogno di verità. E questo documentario, forte, scomodo, graffiante, denuncia delle verità. E queste verità dobbiamo farle nostre, per moltiplicarne la conoscenza, per fare in modo che ci sia una denuncia sempre seria, attenta, documentata e che alla denuncia segua sempre la proposta».
«Dobbiamo imparare il coraggio di avere più coraggio; avere più coraggio da parte di tutti», ha proseguito don Luigi, sottolineando che «le presenze mafiose, nelle loro varie espressioni, sono tornate più forti e più agguerrite».
E don Ciotti di coraggio ne ha davvero tanto. È stato minacciato di morte anche da Totò Riina, dal carcere: «Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi». E deve fare la stessa fine: «Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo». Da allora, la scorta del sacerdote è stata rafforzata, ma don Ciotti è un uomo che non arretra, non ha paura. Con immutato coraggio e determinazione, continua a parlare ai giovani consegnando loro la speranza di vederli partecipi e artefici della sconfitta delle mafie.
Davanti ad un’attenta assemblea, il sacerdote torinese indica la strada da percorrere insieme: la strada del “noi”. Una strada difficile, non sempre dritta, perché – avverte Don Luigi – «a fare rete in Italia, negli ultimi tempi, non siamo stati noi come avremmo dovuto», ma «le organizzazioni criminali e mafiose, e chi le copre». Il cambiamento – rimarca il presidente di Libera – ha bisogno di ciascuno di noi e, oggi più che mai, «occorre il “morso del più” da parte di tutti, anche per quelle realtà che sono già impegnate».
Don Ciotti parla per quasi trenta minuti, riuscendo a catturare e mantenere – in un clima di distensione e riflessione – l’attenzione dei presenti, senza sottrarsi a temi di stretta attualità, come quelli relativi all’inchiesta “Mafia Capitale”, all’immigrazione, all’introduzione dei reati ambientali nel codice penale, frutto di «una lotta dura che ha visto un “noi”, il mettersi insieme di tante realtà», quel “noi” che vive e vince.
E poi riflessioni sullo stato della lotta alle mafie, in un momento particolarmente complesso per l’Italia; quelle mafie che «cambiano volti, cambiano nomi, cambiano luoghi, ma sono sempre le stesse nella loro essenza, e il loro obiettivo è sempre lo stesso». Quindi il ricordo delle parole profetiche di don Luigi Sturzo: «pensate, nel 1900, a Caltagirone, un sacerdote di nome don Luigi Sturzo disse che la mafia aveva i piedi in Sicilia, ma forse la testa a Roma. Un’impressionante profezia quando disse che la mafia, in modo sempre più forte e più crudele, sarebbe risalita verso il nord andando fino oltre le Alpi».
Don Luigi alza il tono della voce, che riverbera impetuoso per le strade vuote e silenziose del “Villaggio Agricolo” di Licata, quando sottolinea – sollecitato dal giornalista Paolo Picone – che «La legalità è diventata la bandiera che tutti usano. La stanno sventolando tutti, a cominciare da quelli che la calpestano tutti i giorni»; legalità – aggiunge don Luigi tra gli applausi – che «non è un valore in sé», ma «un requisito per raggiungere un altro obiettivo che si chiama giustizia».
«Tutto quello che stiamo facendo è per ridare libertà e dignità alle persone», continua il prete fondatore di Libera, perché «prima della legalità, viene la responsabilità; e prima della responsabilità viene – e non dimentichiamolo – la dignità umana». Così, per don Ciotti, il linguaggio della legge può risultare “estraneo” se prima non abbiamo imparato quello dei «rapporti umani»: una legge può promuovere il bene comune o difendere interessi particolari. E dobbiamo imparare a capire la differenza: «Voi avete ben in mente delle leggi che sono state fatte, diventate “legali”, ma che erano contro la nostra carta costituzionale, contro la dichiarazione universale dei diritti umani, come la legge sull’immigrazione di qualche anno fa, che ha calpestato la libertà e la dignità delle persone. Eppure era legge».
Allora occorre «cambiare le coordinate», dobbiamo ripensare certe espressioni, bisogna «costruire percorsi educativi che aiutino i nostri ragazzi ad assumersi di più la propria responsabilità», e ciò – continua il fondatore di Libera – «vale anche per noi adulti», anche perché «ci hanno rubato le parole», parole che sono state «svuotate nella loro forza e nel loro significato» da chi ha scelto la «legalità malleabile e sostenibile: “se mi conviene, rispetto le regole; se non mi conviene, non le rispetto”».
L’intervento di don Luigi Ciotti si chiude con un pensiero rivolto ai giovani licatesi e a tutte quelle persone «brave, intelligenti, capaci e appassionate» costrette a emigrare dalla loro meravigliosa terra per costruirsi un futuro, e con una riflessione sulla necessità di mettere al centro del dibattito politico «la scuola e il lavoro».
Quella di don Luigi Ciotti è una grande testimonianza che sicuramente lascia il segno dentro e che motiva ad andare avanti, nella direzione intrapresa.
Il numero delle associazioni e dei comitati partecipanti ha superato le aspettative, nonostante il pochissimo tempo a disposizione per organizzare la tappa licatese della Carovana.
Moderati da Paolo Picone, sono intervenuti Pino Coppolino (Lega Navale), Enzo Galia (Wwf), Tony Licata (Comitato No-Peos), Luisa Biondi (Il Dilemma), Maria Grazia Cimino (Cittadinanzattiva, Tribunale dei Diritti del Malato), Mariaconcetta Montagna (I Cantieri delle Utopie), Angelo Pisano (Federconsumatori), Mariolina Di Salvo (Centro Italiano Femminile) e Sabrina Peritore (A testa alta).
Tutti hanno raccontato l’impegno, l’esperienza e i progetti delle rispettive associazioni. Una discreta rappresentanza della Licata che fa la sua parte e che si rimbocca spesso le maniche e lavora e che investe il proprio tempo per un progetto in cui crede fermamente: rendere questa città un posto bello in cui vivere, in cui far crescere i propri figli senza più essere costretti a scappare.
Ad Alessandro Cobianchi, coordinatore della Carovana Internazionale Antimafie, il compito di tirare le fila dell’incontro, sintetizzando quanto emerso da tutti gli interventi. Confluiranno nel “diario di bordo” che accompagna il percorso a tappe della Carovana le storie, le iniziative, le buone pratiche e le speranze di cambiamento che tanta parte della città di Licata chiede a gran voce. E sperare significa mettersi in gioco, impegnarsi. Tutti. “Noi”.

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