Licata, il sindaco e i precari
Sono giunti al redde rationem, alla resa dei conti. Ma non lo sanno, o fingono, e continuano così a inscenare la carnevalata cui hanno ridotto la politica a Licata. Per conservare la poltrona, il sindaco Graci, soprattutto, ma anche i suoi numerosi assessori – locali e forestieri: meteore d’un cielo di “nebbia nera che ci avvolge tutti, uomini e cavalli” – hanno impedito la cosa più logica per la città: il commissariamento totale del Comune dopo le dimissioni del Consiglio comunale. Ci troveremmo oggi, se avessero avuto senso di responsabilità e la coscienza di togliersi dai piedi in tempo utile, e quando proprio le circostanze politiche lo imponevano, con una situazione finanziaria migliore, non avremmo pagato il debito alla Saiseb, avremmo avuto accesso ai finanziamenti riservati ai comuni virtuosi, e forse avremmo già un nuovo sindaco, una nuova classe politica e una democrazia completa. Invece, tre anni sono trascorsi inutilmente dalle dimissioni del Consiglio comunale, la situazione della città è peggiorata – crisi morale, economica e istituzionale vanno a braccetto – e quel dissesto finanziario del Comune, qualche anno fa nell’ordine naturale delle cose una volta saldati i debiti con le ditte locali creditrici, e che per miopia o per convenienza politica non si è voluto dichiarare, ora bussa alle porte del Palazzo con insistenza ed è lo spettro, lo spettro in carne e ossa che si aggira per le sue stanze tra amministratori disorientati e incapaci, che non sanno più che pesci prendere, con quali risorse programmare il nuovo bilancio. Ma il guaio serio è che lo stesso spettro turba le notti di 150 dipendenti comunali ancora precari dopo vent’anni. “Sono entrata che ero una ragazza – ha detto Rita Damanti – e mi ritrovo nonna”. Nonna precaria. Il fallimento del Comune è stato solo rimandato. Con una serie di misure finanziarie aleatorie, frutto di improvvisazione e prive della filosofia di bilancio necessaria in tempi di crisi drammatica. Per la città e per le disastrate casse comunali. Sentir dire, negli anni passati, che non si dichiarava il dissesto finanziario per tutelare i dipendenti precari è stato come ascoltare la più spudorata delle menzogne. Quei lavoratori da giorni occupano ininterrottamente l’aula consiliare e chiedono garanzie che il sindaco di Licata non è in grado di dare. E su di loro, su tutti i dipendenti pubblici, piovono intanto come pietre le parole del ministro Fornero che rendono insicuro e a rischio licenziamento il lavoro anche nel settore pubblico. Con o senza il dissesto, per loro nulla è cambiato. Non averlo dichiarato quando conveniva era solo una scusa: non per tutelare i precari, ma per permettere al sindaco e alla giunta di occupare le poltrone del potere, visto che una legge in vigore solo in Sicilia permette all’esecutivo di amministrare senza un potere di controllo. Sentir dire ancora che senza il consiglio comunale si governa meglio era un’offesa alla coscienza democratica della città. Non vederli dimettere e continuare come se nulla fosse successo dopo le dimissioni del civico consesso, non vederli passar la mano ai commissari straordinari com’era giusto e prendere in questi anni, unilateralmente e senza confronto con la città e i suoi rappresentanti eletti, decisioni amministrative spesso dannose per l’oggi e per il domani, è stato il più grande sfregio, uno sfregio storico, che poteva essere inferto ai licatesi. I precari del Comune, dopo vent’anni d’incertezza lavorativa, sono le vittime di una società che ha oggi nella disparità di trattamento e nelle disuguaglianze sociali la sua nuova cifra. È il mondo che in generale va così, e sta mettendo gli operai contro i padroni, i poveri contro i ricchi e i lavoratori contro altri lavoratori. Ma pensate a quanti soldi si potrebbero risparmiare accorpando i dipartimenti del Comune, non nominando funzionari esterni per pagare “debiti elettorali”, non affidando a ditte esterne il lavoro di riscossione dei tributi, riducendo infine, anzi dimezzando, il numero degli assessori. Con quei risparmi si potrebbe salvare il lavoro dei precari. Un sindaco non può limitarsi a dire: la vostra protesta è giusta, continuate pure. Deve dire dove troverà i soldi, in un momento di grande difficoltà economica, per scongiurare i licenziamenti.







