Agrigento

Mafia agrigentina, ecco la nuova mappa: 7 i mandamenti di Cosa nostra, tornano gli “stiddari” con otto clan

Presentata l’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia. Ecco il quadro inerente la provincia di Agrigento:

“Nel semestre in esame cosa nostra agrigentina si presenta, ancora, come un’organizzazione strutturata in modo unitario, in contatto diretto con altri gruppi mafiosi e operativa secondo codici comportamentali arcaici che si perpetuano nel tempo. Quanto alle aree di influenza, si conferma, per cosa nostra, la presenza di 7 mandamenti e di 41 famiglie, mentre relativamente alla stidda, sarebbero presenti 8 sodalizi, non più in aperta opposizione con la principale organizzazione mafiosa. Il confine con la provincia trapanese e la saldatura tra componenti agrigentine e soggetti collegati al noto latitante di Castelvetrano concorrono a rendere fluida la governance di vertice e una parte degli assetti territoriali. Dalle attività investigative concluse nel corso del semestre emerge, infatti, come nella provincia – soprattutto centrale e occidentale – si stia registrando un riordino degli equilibri interni, quale conseguenza di recenti scarcerazioni di esponenti di rilievo di famiglie del posto e di importanti operazioni di polizia giudiziaria, tra cui “Triokola-Eden 5”  e “Icaro 2” – quest’ultima naturale prosecuzione dell’operazione “Icaro”, richiamata nella Relazione dello scorso semestre – che ha aggiunto un importante tassello conoscitivo su vertici e organigrammi delle famiglie mafiose di Santa Margherita di Belice, Montevago, Ribera, Cattolica Eraclea, Cianciana, Montallegro, Siculiana, Porto Empedocle, Agrigento, Favara, Campobello di Licata, evidenziandone sia la forza militare che la capacità di alterare gli assetti sociali e imprenditoriali del territorio, attraverso il riciclaggio di consistenti capitali illeciti. Alle pratiche illegali di più elevato spessore, come appunto il riciclaggio, appaiono funzionali anche le tipiche attività criminali gestite in forma monopolistica da cosa nostra, quali le estorsioni e l’usura, che consentono sia un immediato accumulo di ricchezza, che un pressante controllo degli operatori economici del territorio.

In proposito, appare significativo della vitalità di cosa nostra nella provincia quanto riportato nel provvedimento cautelare relativo alla citata operazione “Triokola – Eden 5”, secondo cui “…gli elementi offerti alla valutazione… confermano la vitalità e l’operatività dell’articolazione agrigentina di cosa nostra, la struttura unitaria e verticistica di detto sodalizio, l’articolazione territoriale in mandamenti e famiglie, il ricorso sistematico all’intimidazione e l’indiscriminato assoggettamento e la conseguente condizione di omertà con tale metodo realizzati, il capillare e continuativo controllo del territorio specialmente esercitato mediante la sottoposizione ad estorsione dei titolari di attività d’impresa”.

Così, se da un lato il fenomeno dell’estorsione appare costante, quello dell’usura, complice anche la crisi economico – finanziaria, sembra aver amplificato il potere delle consorterie mafiose, in grado di disporre di una forte liquidità per finanziare imprenditori in difficoltà. Anche il traffico e lo spaccio di stupefacenti continuano a rappresentare importanti fonti di finanziamento dei sodalizi locali, i quali sarebbero in grado di garantire stabili canali di approvvigionamento e una efficiente rete distributiva, alimentata anche da criminali stranieri. Quest’ultimi, inoltre, risultano attivi nel furto di materiale ferroso, nell’immigrazione clandestina – a sua volta funzionale ad alimentare lo sfruttamento della prostituzione – e nel caporalato rivolto ai settori della pesca e dell’agricoltura.

L’analisi dello scenario criminale della provincia conferma, inoltre, una evidente attenzione dell’organizzazione ad attingere ai finanziamenti pubblici, riuscendo a condizionare l’assegnazione delle commesse e ad inserirsi, in forma diretta e indiretta, nella gestione degli appalti e dei subappalti: l’interesse di cosa nostra sembra, infatti, essersi spostato dalla fase dell’aggiudicazione alle fasi successive, in cui potrebbe essere esposta a minori controlli. È quanto si rileva dalle attività di prevenzione svolte, nel semestre in esame, dalla D.I.A. e dalle Forze di polizia a supporto dell’Autorità Prefettizia agrigentina e finalizzate a verificare la sussistenza dei requisiti per il rilascio della certificazione antimafia. L’esito degli accertamenti ha portato all’emissione di 8 provvedimenti interdittivi nei confronti di società operanti nel settore edilizio e delle forniture. Questa politica di “inabissamento” nel tessuto imprenditoriale locale passa anche attraverso l’utilizzo di prestanome e imprenditori compiacenti, nei cui confronti non è mancata l’azione di contrasto svolta dalla D.I.A.. Nell’ordine, nel mese di gennaio la Sezione D.I.A. di Agrigento ha confiscato un immobile e varie disponibilità finanziarie riconducibili a un elemento di spicco della famiglia di Montallegro, mentre nel mese di aprile, la medesima articolazione ha proceduto, con due distinte operazioni, alla confisca di numerosi beni immobili nella disponibilità di alcuni esponenti della consorteria mafiosa operante a Ribera, uno dei quali condannato all’ergastolo per l’omicidio del Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, Giuliano Guazzelli, barbaramente ucciso nel 1992 da Cosa nostra per il suo impegno contro la mafia”.

 

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