Mafia, clan di Barcellona: ultima sigaretta per condannato a morte

Mafia, clan di Barcellona: ultima sigaretta per condannato a morte

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Uno dei delitti della guerra di mafia di Barcellona

Prima due colpi di pistola in testa, poi le mani mozzate. Infine una telefonata ai carabinieri per fare trovare il cadavere, affinchè fosse chiaro a tutti chi governava nella zona.

L’atroce efferatezza della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto è concentrata nell’omicidio di Antonino Sboto, assassinato il 3 maggio del 1999, perchè il clan lo riteneva autore di furti ‘non autorizzati’ dalla ‘famiglia’, con l”aggravante’ di averne commesso uno anche ai danni della sorella di un affiliato.

E’ uno dei 17 delitti, compresi un triplice omicidio e uno tentato, scoperti da carabinieri del Ros con l’operazione ‘Ghota 6′, culminata con tre arresti e la notifica di un ordine di custodia cautelare in carcere ad altri 10 indagati. Tra loro anche i vertici della sanguinaria ‘famiglia barcellonese’, una delle espressioni più temibili ed organizzate della mafia in Sicilia, capace di mantenere rapporti qualificati con Cosa nostra e con la ‘ndrangheta.

Tra i destinatari del provvedimento del Gip Giovanni De Marco anche il boss Giuseppe Gullotti, già condannato a 30 anni di reclusione per l’uccisione del giornalista Beppe Alfano. L’agguato al cronista de La Sicilia, avvenuto la sera dell’8 gennaio 1993, non rientra tra i 17 delitti sui quali carabinieri del Ros hanno fatto luce. A Gullotti è contestato l’omicidio di Domenico Pelleriti, colpevole di una serie di furti ‘non autorizzati': secondo alcuni pentiti il boss, dopo un violento interrogatorio che l’avrebbe costretto a confessare, avrebbe concesso alla vittima l’ultima sigaretta prima di morire. Le indagini dei militari dell’Arma del Raggruppamento operativo speciale, coordinate dal procuratore di Messina, Guido Lo Forte, hanno ricostruito la ferocia del clan che avrebbe assassinato anche Felice Iannello (a Falcone, il 5 marzo del 1996) perchè spacciava droga a minorenni e Fortunato Ficarra (S. Lucia del Mela, 1 luglio 1998) perchè infastidiva alcune donne in un esercizio commerciale.

Il ferreo controllo del territorio passava attraverso delitti spietati, che dovevano dare l’esempio agli altri. Anche all’interno del gruppo. Come l’uccisione di Mario Milici (Barcellona Pozzo di Gotto, 19 agosto 1998) che avrebbe tenuto per sè proventi di estorsioni e gioco d’azzardo: fu ferito in una stalla e poi finito con ripetuti colpi con la canna di un fucile fino a trapassargli il collo.

“In vent’anni di omicidi l’organizzazione ha preteso di avere un controllo del territorio come uno Stato – ha sottolineato il procuratore Lo Forte – con l’eliminazione dei soggetti esterni al clan che non seguivano le regole. Una giustizia interna per chi le violava, una politica di relazioni esterne che riguarda gli omicidi eccellenti”.

Tra questi anche quello del giornalista Beppe Alfano, “eliminato perchè disturbava gli affari e gli interessi della mafia barcellonese”. “Abbiamo la conferma – ha aggiunto Lo Forte – sulle motivazioni dell’omicidio Alfano e della sua decisione al più alto livello dell’organizzazione mafiosa di Barcellona. C’è un’inchiesta secretata che è aperta”.

“Alfano – ha ricordato il comandante dei Ros, il generale Giuseppe Governale – era un giornalista che voleva svolgere il suo lavoro in maniera corretta e che ha pagato con la vita, uno dei martiri di questa terra”.

 

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