Mafia, “Fu Bernardo Provenzano a far arrestare Totò Riina”

Mafia, “Fu Bernardo Provenzano a far arrestare Totò Riina”

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L’arresto del boss Toto’ Riina, il 15 gennaio 1993, e il contributo che Vito Ciancimino e il boss Bernardo Provenzano avrebbero dato alla cattura del padrino latitante sono stati al centro dell’ultima parte dell’esame odierno di Massimo Ciancimino al processo sulla trattativa Stato-mafia. Ciancimino jr, che e’ accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia, ha raccontato che il padre, dopo la strage di Via D’Amelio, consolido’ l’idea che solo l’estromissione di Riina dalla scena avrebbe fatto finire gli attentati mafiosi e che in seguito a diversi incontri con Provenzano decise di dare un contributo alla sua cattura. Massimo Ciancimino fece avere a Provenzano delle piantine catastali, fornitegli dai carabinieri del Ros, perche’ questi indicasse dove si nascondeva il boss. “Venni avvisato da uno dei parenti di Pino Lipari dove dovevo ritirare la busta con le mappe – ha raccontato – E andai a prenderle, il 19 dicembre del ’92 mi pare, direttamente dalle mani di Provenzano che mi disse di farle avere subito chiuse a mio padre”. Nel frattempo, pero’, Vito Ciancimino viene arrestato a Roma dalla polizia. Solo dopo la cattura del padre Massimo Ciancimino apre la busta. “C’era una zona cerchiata ed erano evidenziate le utenze dell’acqua e del telefono per risalire all’intestatario della villetta in cui si nascondeva”, ha detto. In un primo momento Ciancimino, che non voleva essere ricollegato all’arresto del boss, spaventato si rifiuta di consegnare le mappe ai carabinieri. “Poi il capitano De Donno (ex ufficiale del Ros imputato al processo ndr) mi chiamo’ dal carcere e mi passo’ mio padre che mi disse di dargli le buste. Cosa che feci a breve giro di tempo”, ha spiegato. In cambio dell’aiuto, Provenzano avrebbe avuto l’impunita’ e Ciancimino documenti per l’espatrio e la tutela del patrimonio dalle misure di prevenzione. Ma di fatto l’ex sindaco mafioso non ebbe alcun documento e rimase in carcere. “Mi disse – ha detto il figlio – che lui aveva fatto il suo dovere, ma non vedeva ancora i risultati”. La cattura di don Vito venne vista dai suoi familiari come una “trappola” tesa dai carabinieri che prima l’avrebbero usato, poi lasciato al suo destino. Il processo e’ stato rinviato a giovedi’ prossimo per l’esame, a Milano, del pentito Monticciolo, mentre l’interrogatorio di Ciancimino proseguira’ il 3 marzo nell’aula bunker del carcere Ucciardone di PALERMO.

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