Mafia, ritenuto “postino” Messina Denaro: assolto e risarcito pensionato

Mafia, ritenuto “postino” Messina Denaro: assolto e risarcito pensionato

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Pietro Giambalvo

Fiancheggiatore di Matteo Messina Denaro, ma titolare di pensione Inps e soprattutto destinatario di un cospicuo risarcimento da ingiusta detenzione: 283 mila euro che furono liquidati a Pietro Giambalvo, originario di Santa Ninfa (Trapani) per cinque anni di carcere conclusi da un’assoluzione. Il tribunale del riesame di Palermo restituisce a Giambalvo (in carcere da agosto, con l’accusa di avere fatto parte della rete dei fiancheggiatori e dei postini del superlatitante di Cosa nostra) i beni che gli erano stati sequestrati al momento dell’arresto di sei mesi fa. E i giudici del collegio presieduto da Antonella Consiglio lo hanno fatto sul presupposto che l’influenza di Cosa nostra nelle fortune economiche dell’indagato, con la sproporzione tra i redditi leciti e il valore del patrimonio, non e’ dimostrabile, dato che fra gli introiti assolutamente legittimi di Giambalvo ci sono anche quei 283 mila euro che gli furono liquidati nel 2009 dalla Corte d’appello del capoluogo siciliano. Giambavo, che ha 77 anni, successivamente fu comunque condannato – per altri fatti – con l’accusa di associazione mafiosa e anche ora resta in cella, perche’ gli indizi di vicinanza a Messina Denaro sono ritenuti solidi. Ma i beni no, dicono i giudici del riesame, i beni potrebbero essere stati acquisiti legittimamente, grazie anche al denaro che gli verso’ lo Stato dopo l’assoluzione al maxiprocesso di Trapani, risalente al 19 maggio del 2000. La circostanza non era mai venuta fuori ed e’ divenuta pubblica solo adesso, col deposito del provvedimento del riesame che ha restituito a Giambalvo, alla moglie e al figlio, Vincenzo Giambalvo, 38 anni, pure lui in carcere da agosto, sempre nell’ambito dell’operazione “Ermes” di Sco, polizia, Ros dei carabinieri. Il tribunale osserva pure che, rispetto a un precedente sequestro, revocato nel 1995, non ci sono elementi nuovi: le uniche novita’ sono proprio quei 283 mila euro, che lo Stato ha versato a un mafioso (titolare anche di pensione Inps, cosi’ come la moglie) e grazie ai quali l’illiceita’ dei beni non e’ dimostrabile.

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