Mafia, Roberto Saetta: “Mio padre fu ucciso per vendetta”

Mafia, Roberto Saetta: “Mio padre fu ucciso per vendetta”

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“Mio padre era stato presidente delle corti di assise di appello di Palermo e di Caltanissetta che si occuparono, rispettivamente, dell’omicidio del giudice Chinnici e di quello del capitano Basile. In entrambi i casi le sentenze furono inasprite rispetto al primo grado, e questo atto fu giudicato intollerabile dai vertici mafiosi che decretarono la morte di mio padre”. Lo ha detto a Voci del Mattino, su Radio1 Rai, Roberto Saetta, figlio del giudice Antonino Saetta, assassinato da cosa nostra il 25 settembre del 1988 mentre era in auto con l’altro figlio, Stefano, anch’egli ucciso dai sicari. “Mio padre seppe resistere alle pressioni di personaggi di primo piano della mafia, come Riina, Madonia e i fratelli Greco. Lo fece anche imponendo la sua autorevolezza durante il processo, perché alcuni giudici popolari erano stati intimiditi. Questo – ha spiegato Roberto Saetta – fu uno dei motivi per cui lo condannarono a morte ma ce ne sono anche altri due, la possibilità che andasse a presiedere il Maxiprocesso d’appello di Palermo e il desiderio di lanciare un segnale, colpendo per la prima volta un magistrato giudicante. Fino a quel momento, i tanti magistrati uccisi erano tutti inquirenti, quindi antagonisti diretti, avversari della mafia. Era un salto di qualità importante nella lotta della Mafia contro lo stato: si colpiva mio padre, magistrato giudicante che applicava la legge e che quindi agiva di fatto in una posizione di terzietà. Era un cambiamento importante, che non tutti colsero. La figura di Antonino Saetta nel tempo è stata un po’ dimenticata – ha sottolineato il figlio del magistrato – forse perché non era un personaggio molto conosciuto, non si era occupato di inchieste che portano alla notorietà. Un po’ ha contribuito anche il suo carattere schivo, lontano da ogni centro di potere. Per molti anni l’indagine sull’omicidio Saetta ha arrancato. E’ stato così fino alla nuova legislazione sui pentiti, che ha consentito di riaprire un fascicolo all’epoca archiviato come contro ignoti. E grazie alla bravura degli investigatori e di due giovani magistrati, Nino Di Matteo e Gilberto Ganassi, l’intero impianto accusatorio ha poi retto in tutti i gradi di giudizio”.

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