Mauro Rostagno: da Curcio a Craxi e all’impegno antimafia

Mauro Rostagno: da Curcio a Craxi e all’impegno antimafia

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Mauro Rostagno

Due mogli, due figlie e una vita piena di avventure libertarie.

E pure di qualche colpo di testa, di tante improvvise pensate che lo portavano in giro per il mondo. Una vita da Curcio a Craxi, passando per l’università di Trento, la neonata facoltà di sociologia, i confronti con Alberoni, Giorgio Galli, Andreatta nel clima di tensione che già vi si respirava. E passando per Lotta Continua, l’amicizia con Sofri e Deaglio, la scelta di non aderire al terrorismo delle Br, seguire la via dello “spontaneismo” nelle fabbriche, ma sempre fuori e lontano dal Pci e dalla cultura ufficiale della sinistra italiana di allora.

Nel 1976 questo marxista libertario per pochi voti non entrò in parlamento.

Quando fu ucciso a Lenzi di Valderice in provincia di Trapani una sera di settembre del 1988, appena un giorno dopo il duplice omicidio del giudice Saetta e di suo figlio, Mauro Rostagno aveva quarantasei anni. E in Sicilia era tornato per impegnarsi nella comunità Saman, centro di accoglienza per tossicodipendenti fondato insieme a Francesco Cardella e a Chicca Roveri, sua seconda moglie, da cui ebbe la figlia Maddalena, autrice con Andrea Gentile del libro “Il suono di una sola mano – Storia di Mauro Rostagno mio padre”.

Bettino Craxi e Claudio Martelli (presente al suo funerale), che non fecero mai mancare il loro sostegno alla comunità Saman, indicarono subito nella mafia la responsabile dell’omicidio. Come fecero i quotidiani siciliani e nazionali. Oggi il regista Alberto Castiglione nel suo documentario intitolato “Una rivoluzione in onda”, dedicato alla vita di Rostagno, ci fa ascoltare la sua voce. E per riuscirci ha dovuto sobbarcarsi un gran lavoro cui hanno partecipato Carla Rostagno, la sorella di Mauro, e il Centro regionale per l’inventario della filmoteca siciliana. Non è stato facile ritrovare bobine, registrazioni, interviste tra la polvere della vecchia redazione di Radio tele cine da cui partivano le denunce dell’ex studente di Trento contro la mafia.

Mauro Rostagno conosceva la Sicilia, soprattutto Palermo dove dal 1972 al 1975 aveva insegnato sociologia all’università e dov’era stato responsabile regionale di Lotta Continua. Prima di ritornarvi e di incontrarvi la morte, aveva fondato a Milano il centro culturale Macondo, e poi conosciuto e seguito il mistico indiano Oshu, un professore di filosofia contrario a ogni forma organizzata di religione e di potere, che predicava l’amore, il bene e la libertà.

A Trapani, Rostagno non si dedicò soltanto al recupero dei tossicodipendenti. Continuò a fare l’attivista politico e il giornalista impegnato contro la mafia e le collusioni politiche che la rendevano ancora più forte e padrona del territorio. In quegli anni si svolgeva il processo per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari di cui Rostagno non saltava un’udienza, sempre pronto attraverso Radio Tele Cine alla denuncia contro i boss. E fu Mariano Agate, imputato con Nitto Santapaola proprio in quel processo, che durante una sua pausa mandò a dirgli “di dire meno minchiate sul suo conto”.

Gli spararono in contrada Lenzi. Era a bordo della sua Duna bianca e si apprestava  a far rientro a Saman. Un agguato nella notte a colpi di pistola e di fucile a pompa. E come in tanti altri delitti di mafia in quel momento era venuta a mancare la luce in tutta la zona. Sul luogo dell’omicidio c’è un monumento che lo ricorda come vittima della mafia, nonostante tutti i depistaggi tentati per non farvelo apparire. Compresi un traffico d’armi con la Somalia, il suo passato politico e i rapporti con gli ex compagni di Lotta Continua dopo l’omicidio del commissario Calabresi, assurdamente tirato in ballo.

Nel maggio del 2014, dopo quasi ventisei anni, la Corte d’Assisi di Trapani per l’omicidio di Rostagno ha condannato in primo grado all’ergastolo i boss Vincenzo Virga e Vito Mazzara.

Il documentario di Castiglione racconta il viaggio di Mauro nel mondo trapanese e la vita di un grande idealista iniziata nella Torino del mito operaio e industriale dov’era nato e cresciuto con la “rivolta tra le dita” fino a tutti gli anni settanta.

La passione politica, l’impegno sociale e quello civile contro la mafia.

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