Operazione “Giano bifronte”: massoneria, antimafia e un buco da 10 milioni di euro: 5 arresti, preso Corrado Labisi (ft e vd)

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Operazione “Giano bifronte”: massoneria, antimafia e un buco da 10 milioni di euro: 5 arresti, preso Corrado Labisi (ft e vd)

di Redazione
Pubblicato il Lug 10, 2018
Operazione “Giano bifronte”: massoneria, antimafia e un buco da 10 milioni di euro: 5 arresti, preso Corrado Labisi (ft e vd)

Avrebbero ‘distratto’ fondi regionali per 10 milioni di euro destinati a strutture sociosanitarie. Questa l’accusa mossa dalla procura della Repubblica di Catania, diretta dal procuratore Carmelo Zuccaro, nei confronti di 5 persone.

Nei guai Corrado Labisi, 65 anni, già presidente del consiglio di amministrazione dell’Istituto Medico Psico-Pedagogico ‘Lucia Mangano’, ente che si propone di assistere moralmente e socialmente i poveri della città e della provincia, creando centri di mutuo soccorso, elargendo sussidi a favore degli stessi, creando laboratori, offrendo assistenza medica, alleviare lo stato di eventuale disagio per disoccupazione, malattia o altro. Labisi, spiega la procura, è anche presidente dell’associazione ‘Saetta – Livatino’, impegnata a sostenere le iniziative antimafia in ricordo del magistrato Livatino barbaramente ucciso dalla mafia. Ai domiciliari la moglie Maria Gallo, la figlia Francesca Labisi, e due  collaboratori – Gaetano Consiglio e Giuseppe Cardì.

L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip di Catania, è stata eseguita questa mattina all’alba dalla Dia di Catania, diretta dal dirigente Renato Panvino, con il supporto dei centri operativi di Palermo, Reggio Calabria e Caltanissetta, nonché della Sezione Operativa di Messina.

Secondo gli investigatori Corrado Labisi, già presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto ‘Lucia Mangano’, avrebbe “gestito i fondi erogati dalla Regione Siciliana e da altri enti per le specifiche finalità tese alle cure dei malati ospiti della struttura, per fini diversi, distraendo le somme in cassa, facendo lievitare le cifre riportate sugli estratti conti accesi per la gestione della clinica, tanto da raggiungere un debito pari ad oltre 10 milioni di euro”, si legge in un comunicato a firma della Procura Distrettuale di Catania. Dalla perizia effettuata dal consulente dell’autorità giudiziaria emerge che Corrado Labisi avrebbe utilizzato per fini diversi la somma di 1.341.000 euro e la coniuge 384mila euro. Peraltro, come accertato in sede peritale, la scabrosa gestione sarebbe chiaramente censurata proprio dallo statuto associativo dell’Impp ‘Lucia Mangano’, che prevede “l’esclusione irrevocabile dall’associazione di qualsiasi membro che approfitti del proprio ruolo per impossessarsi, con espedienti vari, per fini propri di somme di denaro destinate alla normale gestione”.

Dalle indagini è emersa “la duplicità” dell’agire del Labisi: “Da una parte – spiega la procura – si manifesta paladino della legalità tanto da ricoprire la carica di presidente dell’associazione denominata ‘Saetta – Livatino’, impegnata a sostenere le iniziative antimafia, insignendo del predetto premio intitolato al magistrato Livatino barbaramente ucciso dalla mafia anni orsono, personalità delle istituzioni che si sono evidenziate nel contrasto alla criminalità mafiosa. Mentre l’altro aspetto – continua la procura – faceva registrare l’atteggiamento illecito del Labisi, il quale senza scrupolo alcuno, distraeva ingenti somme di denaro per soddisfare esigenze diverse tra le quali il pagamento di fatture emesse dalla Pubblicompass per pubblicizzare gli eventi dal medesimo organizzati, la copertura di spese sostenute dalla moglie e dalle figlie, il pagamento di fatture emesse per cene e soggiorni ad amici vari”.

In tale contesto, appare sintomatica una conversazione captata tra Corrado Labisi ed un suo amico, all’indomani di una perquisizione delegata operata dalla Dia di Catania, presso la Struttura sanitaria ‘Lucia Mangano’ nonché presso lo studio del commercialista di riferimento, che ha portato al sequestro di copiosa documentazione contabile. Al fine di cristallizzare gli elementi investigativi acquisiti, la Dia di Catania ha eseguito nel decorso mese di settembre, delle perquisizioni delegate da parte della locale Procura della Repubblica, presso la sede della Impp ‘Lucia Mangano’, nonché nella sede del dottore commercialista che cura la contabilità del predetto ente, con il conseguente sequestro di copiosa documentazione contabile nonché supporti informatici ove erano presenti dati aziendali sensibili.Nel corso della conversazione, avvenuta con un amico di Labisi, già appartenente al ministero della Difesa, questi, commentando l’episodio, affermava: “Dobbiamo capire a 360° se c’è qualcuno che deve pagare perché questa è la schifezza fatta a uno che si batte per la legalità… vediamo a chi dobbiamo fare saltare la testa”. Per gli investigatori appare chiaro il riferimento alla struttura investigativa della Dia e ai magistrati inquirenti che svolgono le indagini.

“Piena e incondizionata gratitudine e stima esprimiamo nei confronti di quanti, magistrati e forze dell’ordine di Catania, hanno lavorato alla realizzazione dell’operazione ‘Giano bifronte’ di questa mattina che ha visto l’arresto di Corrado Labisi e dei suoi sodali. Non siamo giustizialisti, ma e’ pur vero che a una violazione di legge deve seguire anche una riparazione, soprattutto quando si strumentalizzano figure adamantine”. Lo afferma l’Associazione “Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino” dopo l’operazione “Giano bifronte” della Dia di Catania. Da tempo le associazioni denunciavano, aggiunge, “le stranezze intorno al sedicente e girovago comitato antimafia prima intitolato solo al giudice Rosario Livatino e dopo le diffide del dottor Vincenzo Livatino e querele delle associazioni, anche al presidente Antonino Saetta e al giudice Gaetano Costa per avere maggiore credibilita’ presso l’opinione pubblica e le istituzioni, alcuni dei quali rappresentanti hanno continuato ad avere rapporti nonostante essere stati avvisati ritirando anche un secondo ulteriore premio”. Nei due esposti-querela presentati da Vincenzo Gallo nel febbraio 2010 e nel maggio 2014 si denunciavano “stranezze ed addirittura l’esistenza di una presunta cugina ‘Rosaria Livatino’ (che cosi’ non si chiama) fatta entrare all’interno del carcere Bicocca di Catania per un’altra puntata del ‘premificio’. Tutto archiviato e senza controquerela da parte degli animatori del premio sui quali forse e’ opportuno approfondire le indagini proprio per il coinvolgimento della massoneria”. L’associazione di Canicatti’ si dice pronta a costituirsi parte civile al processo.


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