Operazione Montagna, colonnello Pellegrino: “Blitz sia segnale di fiducia nei confronti delle istituzioni”

Maristella Panepinto

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Operazione Montagna, colonnello Pellegrino: “Blitz sia segnale di fiducia nei confronti delle istituzioni”

Pubblicato il Gen 22, 2018
Operazione Montagna, colonnello Pellegrino: “Blitz sia segnale di fiducia nei confronti delle istituzioni”

Quindici capi mafia arrestati. Una cosca decapita. La famiglia mafiosa agrigentina che perde quote di vertici e di gregari. La strada però resta in salita. Perché la mafia agrigentina è una mafia che “risponde a un’ortodossia antica. È il fiore all’occhiello della mafia siciliana”. 

Lo dice ai giornalisti Paolo Guido, procuratore aggiunto alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo.  Guido, insieme al procuratore Francesco Lo Voi e ai sostituti Alessia Sinatra, Claudio Camilleri e Calogero Ferrara, ha coordinata la maxi inchiesta della mafia della montagna, che ha visto coinvolte 63 persone, di cui 46 finite in manette. Un mega blitz portato a termine dai carabinieri del comando provinciale di Agrigento, agli ordini del colonnello Giovanni Pellegrino, con perquisizioni ancora in corso. Un’area vasta, quella scandagliata dagli uomini dell’Arma, che va da Favara, fino ai monti Sicani, passando per il crocevia di Santa Elisabetta, dove gli investigatori hanno arrestato il capo famiglia della mafia montanara, il trentasettenne Francesco Fragapane, figlio dello storico boss Salvatore, da anni ergastolano a regime di 41 bis. Una lista lunga, quella degli indagati, scorrendo la quale spunta anche il nome di un sindaco, Santino Sabella, primo cittadino di San Biagio Platani, piccolo comune incastonato tra i colli agrigentini. L’accusa per lui è quella di avere concordato le candidature del 2014 con le famiglie mafiose. Non è finita. “Nelle intercettazioni, spiega il pm Paolo Guido, parlando con il membro di una famiglia mafiosa, Sabella discuteva di appalti”. Non è il solo politico coinvolto nell’inchiesta. C’è anche una vicenda di voti di scambio. Al centro Giovanna Bonaccolta, candidata al consiglio comunale di Cammarata. Il marito le avrebbe procacciato dei voti, promettendo delle forniture gratuite di caffè a un imprenditore del luogo. Bonaccolta non compare però nella lista delle persone indagate.

Nell’inchiesta c’è una summa di crimini: dalle estorsioni, agli omicidi, al traffico internazionale di stupefacenti, passando per le mazzette chieste a due centri di accoglienza per extracomunitari, uno di Agrigento e l’altro di Favara.

“Agrigento aveva bisogno di questa inchiesta, dice il procuratore Francesco Lo Voi. Dire però che Cosa nostra sia scomparsa è prematuro. Nel territorio agrigentino le attività commerciali e imprenditoriali non riescono quasi mai a sfuggire al pizzo. Pensate che una ventina di imprese hanno subito atti intimidatori e danneggiamenti seri e non hanno neppure denunciato. Questo dà l’immagine di quello che è la mafia nella provincia agrigentina”.

Una mafia antica, densa di sodali e di grandi silenzi. Una mafia che riesce a ad aprirsi ad ombrello su una delle province più vaste e complesse dell’isola.

Lo conferma il pm Paolo Guido: “Ad Agrigento la mafia ha un’ortodossia che ci riporta a quarant’anni fa, con idee che si credevano ormai superate. Alcuni indagati intercettati, parlando tra di loro dicono: Cosa nostra è tutto! Questa struttura così aggregante ha fatto sì che la mafia agrigentina abbia capacità di interloquire autorevolmente con altri mandamenti e con altre mafie. Con le ‘ndrine calabresi per esempio, in argomento di spaccio di stupefacenti”.

Il blitz odierno conferma anche il potere economico dei boss di Cosa Nostra agrigentina: “Abbiamo sequestrato a uno degli arrestati (Spoto di Bivona N.d.R.) ben 240.000 euro. Li aveva in casa, disposti in plichi ordinati. Abbiamo sorpreso il figlio, che stava dileguandosi da una porta sul retro con dei blocchi di banconote”. A parlare è il colonnello dei carabinieri Giovanni Pellegrino, che aggiunge: “la mafia agrigentina, come si evince dalle intercettazioni, si crede ormai superiore a quella palermitana, dove, a detta di alcuni indagati, si salva solo la famiglia corleonese. C’è poi la finta etica dell’elastico. Ne parla Fragapane con dei sodali. Non si può usare sempre il coltello. Ci vuole strategia. Sennò la “cosa si sillaba”.

Una mafia vasta, quella agrigentina, fatta di codici, di “uomini d’onore” che ci tengono a definirsi tali e di coperture di omertà, che abbracciano i grossi nomi, i mediani, i pesci piccoli e perfino gli invisibili, quella fetta di società che con la mafia, stringi stringi, non c’entra nulla, ma che vi inciampa tacitamente sol perché, magari, ha messo su una piccola impresa e lascia aperto un varco al “mammasantissima” di turno. Paura? Abitudine? Rassegnazione? Questo ed altro a monte e a valle di una mentalità, che è radicata in provincia da sempre (non si spiegherebbero altrimenti le grandi latitanze, coperte da somme di piccoli uomini). La storia però pare ancora da scrivere. Potrebbero esserci altri colpi di scena e regie inaspettate, a muovere i fili della “Cosa loro”.

 

 


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