Operazione “Santa Barbara”, decapitato clan mafioso: 15 arresti

Operazione “Santa Barbara”, decapitato clan mafioso: 15 arresti

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Gli arrestati blitz Santa Barbara

I Carabinieri di Randazzo, in provincia di Catania, hanno eseguito 15 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 14 in carcere e una agli arresti domiciliari, oltre ad una misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria, a carico di sedici persone legate al clan mafioso facente capo a Paolo Brunetto, con influenza sui territori di Castiglione di Sicilia, Giarre e Fiumefreddo. Le ordinanze sono state emesse dal Gip di Catania su richiesta della Procura etnea – Direzione distrettuale antimafia, e i reati contestati sono, a vario titolo, associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione finalizzata al traffico illecito delle sostanze stupefacenti ed estorsione. Il gruppo armato è legato alla cosca Santapaola-Ercolano. Le indagini hanno confermato in pieno la vitalità e l’operatività del clan, articolato nella classica struttura organizzata e verticistica il cui ruolo apicale è rivestito da Pietro Carmelo Oliveri, sul territorio di Giarre e Fiumefreddo, e da Vincenzo Lomonaco sul territorio di Castiglione di Sicilia. Il clan ha imposto una serie di estorsioni ad aziende del settore vitivinicolo, con richieste denaro e l’imposizione forzata di assunzione di personale. Inoltre è stata svelata l’esistenza di un’organizzazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti nei territori di Giarre, Castiglione di Sicilia, al cui vertice vi erano gli stessi Lomonaco e Oliveri. L’operazione è stata denominata ‘Santabarbara’ dal nome della via dove risiedono alcuni degli indagati. Sono 11 le persone arrestate, e tra queste c’è Vincenzo Lomonaco, 45 anni, ritenuto il capo del gruppo a Castiglione di Sicilia. Gli altri sono: Salvatore Del Popolo, 54 anni, Giuseppe Lombardo Pontillo, di 28, Alessandro Lomonaco, di 24, Giuseppe Lomonaco, di 42, Filippo Mercia, di 30, Giuseppe Pagano, di 32, Salvatore Pantano, di 24, Antonino Tizzone, di 25, e Luca Daniele Zappala’, di 40. Il provvedimento è stato notificato in carcere ad altre tre persone già detenute per altra causa: Giuseppe Calandrino, di 58 anni, Alfio Papotto, di 34, e a Pietro Carmelo Oliveri, di 48 anni, che, secondo la Dda della Procura di Catania, dopo la morte, nel 2013, di Paolo Brunetto, sarebbe stato il ‘reggente’ della cosca, e ‘controllava’ la zona di Giarre e Fiumefreddo di Sicilia. L’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è stato notificato a un quindicesimo indagato: G. L., di 30 anni. Il gruppo gestiva il racket delle estorsioni e reinvestiva gli ‘utili’ nel traffico di droga. Tra le vittime del clan almeno sette aziende vinicole, alcune di fama nazionale, alle quali sarebbe stato chiesto una tangente annua compresa tra mille e 12mila euro, secondo il fatturato della societa’. Ma anche un ‘pizzo’ di 500 euro mensile legato alla ‘guardiania’ di vigneti e frutteti, o attraverso l’assunzione di personale. Chi non si metteva in ‘regola’ continuava a subire danneggiamenti, come il taglio di alberi da frutto, uliveti e filari di viti. In quel caso, come emerge da un’intercettazione, l’invito era “di cercarsi un amico, ma d’urgenza…”. Non tutte le aziende hanno ceduto al ricatto. E la rappresaglia era garantita: “Poi i cavalli – ordinano telefonicamente dai vertici del clan – glieli bruci nella stalla, ci vai e gli dai fuoco…” Le indagini sono state avviate dai carabinieri della compagnia di Randazzo e del comando provinciale di CATANIA alla fine del 2012. E nell’aprile del 2013, a Giarre, militari dell’Arma sono riusciti a interrompere un ‘summit’ di mafia dove, tra gli altri, Lomonaco e Oliveri stavano delineando strategie criminali. Il gruppo aveva una grande paura di essere intercettato, tanto da essere in possesso di strumentazione all’avanguardia per ‘bonificare’ locali e auto da ‘cimici’ e invitava alla cautela preventiva: “ha i telefoni sotto controllo – dice Lomonaco, ascoltato dai carabinieri suo malgrado – che non si confonda nel parlare…”. Il clan aveva in uso anche armi, ma preferiva “quelle tradizionali”. “Un fucile automatico a cinque colpi – commentava Lomonaco al telefono – ha la canna lunga, meglio un due colpi, sono di meno, ma sono sicuri…”.

Le indagini dei carabinieri della compagnia di Bronte e del comando provinciale di Catania sono state coordinate dal procuratore distrettuale Giovanni Salvi e dal sostituto Iole Boscarino.

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