Come parlano i mafiosi?

Irene Milisenda

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Come parlano i mafiosi?

L'Intervista a Giuseppe Paternostro autore del saggio: "Linguaggio mafioso-scritto parlato e non detto", edizione Aut Aut di Francesca Calà e Salvo Spitaleri.
Pubblicato il Feb 17, 2018
Come parlano i mafiosi?

Il linguaggio mafioso da sempre è stato uno dei fenomeni analizzati e studiati da diversi ambiti di ricerca, sociologia, politica, antropologia, economia e storia. Ma pochi sono gli studi che si occupano in maniera specifica del linguaggio su cui si regge l’intero sistema comunicativo della mafia.
Il ricercatore di linguistica italiana nel dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Palermo, Giuseppe Paternostro, nel suo saggio “Linguaggio mafioso – scritto, parlato, non detto”, primo testo della collana “I Saggi” edito AutAut edizioni, di Francesca Calà e Salvo Spitalieri, con un’analisi approfondita e accurata del codice verbale, non verbale e scritto, e grazie alla numerosa mole documentaristica raccolta, tra interviste, dichiarazioni, intercettazioni, appunti, lettere degli uomini di Cosa Nostra, approfondisce i metodi comunicativi, il sistema valoriale e le trasformazioni che il linguaggio della mafia ha subito nel corso degli anni. Partendo dai messaggi criptati, passando per i “pizzini” di Provenzano, e dalle lettere di scrocco, si arriva al nuovo volto appariscente e televisivo che non esclude l’utilizzo dei social network, e che per mezzo di alcuni termini chiave, ancora oggi, la mafia parla a Cosa nostra.

Davanti a un caffè ho parlato con l’autore, ci siamo invertiti i ruoli, a porre le domande ero io.
-Perché parliamo di linguaggio mafioso scritto, parlato e non detto?
“Il titolo del libro vuole essere denotativo, in realtà dalle prime pagine ho cercato di analizzare la lingua usata dai mafiosi e non la mentalità del mafioso che potrebbe in qualche modo far pensare a degli atteggiamenti, stereotipi, che si rifanno al popolo siciliano. La mafia e i mafiosi hanno scritto e continuano a scrivere. Ne sono la prova le “lettere di scrocco”di fine 800, i “pizzini”di Provenzano. Ma non solo ci sono una serie di qui e la come per esempio gli “statuti” citati da alcuni pentiti come Giovanni Brusca, ci sono i libri contabili sequestrati ai Lo Piccolo insieme a un vero e proprio decalogo che raccoglieva le 10 regole fondamentali di Cosa nostra. A parte questo c’è anche il “Papello”, un pizzino che non si sa se frutto d’invenzione di Ciancimino o realmente scritto da Totó Riina. Ecco che attraverso questi documenti possiamo cogliere la differenza tra quello che la mafia dice e quello che non dice, tra il detto e appunto il “non detto”. Certamente una parte gergale nel linguaggio esiste e continua a sussistere, ma, in fondo, nel momento in cui tale gergo viene decodificato, perde di fatto il suo status di lingua segreta, per divenire un linguaggio settoriale. Si aggiunga che qualunque gergo, anche quello delle organizzazioni malavitose, è un codice parassitario, in quanto dipendente comunque dalla lingua comune (e dal dialetto), da cui attinge il materiale di base da manipolare”.
-Quanto hanno influenzato i social nel linguaggio mafioso?
“Negli ultimi tempi si assiste ad atti di identità mafiosa espressi attraverso le nuove tecnologie di comunicazione digitale con la nuova frontiera dei social network. Un esempio di quanto questa organizzazione criminale abbia saputo adattarsi all’era del 2.0, è dato dagli interventi che dal suo profilo Facebook, Tony Ciaverello, per esempio genero di Totò Riina avendone sposato la figlia primogenita Maria Concetta Riina, dedica a notizie che riguardano direttamente o indirettamente la famiglia lanciando dei veri e propri messaggi. Attraverso profili pubblici noi siamo in grado di andare a ricerca la persona e vedere cosa scrive. Di recente la stessa Maria Concetta Riina, quando è morto il padre, invia un messaggio attraverso l’immagine di copertina che raffigura il gesto del silenzio. In molto c’hanno visto la classica intimidazione “state zitti”. Ma la Riina il giorno dopo commenta dicendo che quello non avevo nulla a che vedere con un messaggio mafioso ma voleva essere una richiesta di silenzio davanti la morte di una persona. L’apertura delle nuove leve mafiose al mondo dei social rientra in un contesto in cui per il mafioso docente necessario imporre la propria presenza e perseguire i tradizionali obiettivi attraverso anche i nuovi mezzi”.
-Nel libro si parla anche delle interviste a Salvatore Riina e il secondo genito di Provenzano. Come hanno parlato e quali sono i messaggi che hanno lanciato?
“Intanto parliamo di due figure diverse, perché mentre sappiamo per certo che Salvuccio Riina viene considerato un’esponente mafioso, il figlio di Provenzano no. Se si ricorda da Vespa, Riina junior da un lato ha raccontato di una serenità familiare che non era minimamente scalfita da quanto accadeva all’esterno di essa, e dall’altro lato si sofferma sulle accuse mosse al padre di essere il principale responsabile dei crimini compiuti da Cosa nostra durante la sua latitanza. Ecco che si capisce che lancia il messaggio a due destinatari: da un lato Cosa nostra stessa, dall’altro lato parla allo Stato alle istituzioni come se volesse dire: “noi, famiglia unita durante tutta la latitanza, possiamo anche prenderci le responsabilità delle stragi ma non ci pentiamo e ciò deve bastare per chiudere il discorso”. Invece il secondo genito di Provenzano, parla diversamente, perché afferma di rispettare lo Stato e le sue leggi, ma implicitamente lo accusa di violare i principi che esso stesso solennemente enuncia nella Costituzione. Condanna ogni forma di violenza, compresa quella di uno Stato che nega il diritto di suo padre a curarsi, ma giustifica quella che nasce a causa delle mancanze dello Stato, che non garantisce il diritto al lavoro. Comunque le si voglia giudicare, le ambiguità di Provenzano jr sono, di natura difensiva, tese a tutelare se stesso e la sua famiglia.”
Quanto c’è di vero nelle fiction che parlano di mafia? Il linguaggio è uguale a quello reale?
“Bhè in realtà nel libro non ho affrontato il linguaggio mafioso dal punto di vista delle fiction televisive. Piuttosto sarebbe opportuno indagare e capire quanto i mafiosi si rispecchiano nel personaggio della fiction”.
-Altri progetti futuri?
“Da linguista e ricercatore ho intrapreso questi studi sul linguaggio mafioso che in realtà mi stanno inducendo ad allargare il discorso, e sarebbe interessante parlare del ruolo delle donne che hanno all’interno di un organizzazione mafiosa. Ma ci penserò più in là!”.


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