Porto Empedocle, parla il testimone Paolo Ferrara: “Sono sempre più solo”

Porto Empedocle, parla il testimone Paolo Ferrara: “Sono sempre più solo”

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A sinistra Paolo Ferrara nello studio del suo avvocato Rosa Salvago

Sono dichiarazioni amare quelle che Paolo Ferrara, ex sindaco di Porto Empedocle, ha rilasciato al collega Silvio Schembri e pubblicate sul sito agrigentonotizie.it.  Ferrara spiega quella che è la sua situazione attuale, usando parole nette e che non lasciano spazio all’immaginazione. L’ex primo cittadino di Porto Empedocle in questa intervista, che riprendiamo e pubblichiamo, racconta di come è la sua vita e di come sia cambiata in relazione agli ultimi episodi accaduti.

 

“L’omertà, quella del silenzio e dei “io non ho visto o sentito niente”, l’ha toccata con mano la sera del 27 ottobre scorso. Era in via Taranto, a Porto Empedocle, paese dell’ex capo mafia Gerlandino Messina, ed era appena arrivato dinnanzi le saracinesche del suo magazzino, crivellate da due colpi di fucile caricato a pallettoni. Un signore, che stava fumando sul balcone di un appartamento vicino, ha accennato ad un saluto e poi si è barricato dentro casa, chiudendo anche le imposte. “La polizia ha chiesto un giro, ha domandato anche a quel signore lì. Sembra impossibile non sentire due colpi di fucile a pallettoni”. 

Eppure nessuno sembra aver visto o sentito niente. Nessuno sa quando o da chi siano stati esplosi quei colpi. Adesso Paolo Ferrara, bancario, ex sindaco di Porto Empedocle, testimone in un processo per usura e fonte di notizie anche per la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, dice di sentirsi solo. Non ha pace da un paio d’anni a questa parte: prima le minacce al padre durante la campagna elettorale in cui correva per essere eletto sindaco, poi la sua foto con alcuni proiettili sulla tomba della madre. Poi, ancora, gli spari contro la sua abitazione mentre si trovava in casa con la sua famiglia e, infine, lo scorso martedì gli spari contro le saracinesche del suo magazzino. Un attentato dietro l’altro, messaggi che – almeno per lui – sembrano chiari. Almeno per lui.

Sì, perché la storia di Paolo Ferrara non sembra essere credibile per tutti. Ci sarebbe chi pensa che quegli attentati se li sia organizzati lui stesso. E sembra che l’ex sindaco abbia avuto la certezza dell’esistenza di questa ipotesi. “E allora, se è così, che mi tolgano la scorta” dice in uno sfogo di rabbia e delusione nello studio ad Agrigento del suo avvocato, Rosa Salvago. “Non mi credono? Bene. Mi denuncino, mi tolgano la scorta. Se davvero pensano che io stia scherzando, me lo dicano chiaramente”. Il chiaro riferimento è a chi dovrebbe decidere sulla sua sicurezza. 

LA COLLABORAZIONE CON LA DDA DI PALERMO. Paolo Ferrara, dopo il processo per usura “Easy money” – in cui era testimone chiave – che ha portato ad una retata culminata poi con il patteggiamento di nove persone, ha iniziato anche a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Ai pubblici ministeri ha raccontato intrecci tra mafia e politica, affari loschi, amicizie sospette e vicende strettamente legate all’appalto milionario del rigassificatore di Porto Empedocle che sembrano aver “appassionato” non poco i magistrati. Eppure, nonostante le intimidazioni, per Ferrara la scorta finisce al confine della provincia di Agrigento: superate le insegne che indicano l’inizio della provincia di Palermo, lui è costretto a scendere dall’auto di scorta non blindata (da lui acquistata e consegnata in comodato d’uso alla Polizia di Stato per via della “carenza di mezzi”) e a procedere da solo. Il dispositivo di sicurezza che lo riguarda parla chiaro: scorta soltanto in provincia di Agrigento. 

“Ha ricevuto pesanti minacce, ma mai nessuno ha pensato di alzare anche soltanto l’attenzione su Paolo Ferrara” dice l’avvocato Rosa Salvago, che lo assiste da diversi anni. “Martedì sera sono stati rinvenuti i due colpi di fucile a pallettoni sulle saracinesche dei suoi magazzini – raccontava l’avvocato all’indomani dell’intimidazione – e non si è fatto sentire nessuno. Polizia, carabinieri, magistratura… Nessuno. Ci sentiamo inevitabilmente soli”.  Si sente delegittimato e all’indomani dell’ennesimo avvertimento decide di alzare la voce: “Sono stato utile per gli arresti di usura. Sono stato sentito diverse volte dalla Dda per vicende di mafia e politica nel mio paese. Ma allora perché nessuno fa niente? Non credono alle intimidazioni? Allora mi dicano che non corro alcun pericolo e mi tolgano la scorta”.

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