Processo ‘Borsellino quater, falso pentito Andriotta: “Mentii per sconto pena”

Processo ‘Borsellino quater, falso pentito Andriotta: “Mentii per sconto pena”

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Strage di via D'Amelio, tragica scena (archivio)

“Ho sbagliato, ho sbagliato e chiedo perdono”. A parlare è Francesco Andriotta, imputato per calunnia nel quarto processo per la strage di via d’Amelio, in corso a Caltanissetta. Il falso pentito, interrogato dal pubblico ministero Stefano Luciani, nel corso del “Borsellino quater”, ha sin da subito ammesso di avere reso, poco dopo la strage di via d’Amelio, delle false dichiarazioni. “Mi vennero a trovare in carcere – racconta – Arnaldo La Barbera e Vincenzo Ricciardi. Mi promisero che mi avrebbero fatto togliere l’ergastolo e che la mia pena sarebbe stata ridotta a 17-18 anni. Inoltre mi garantirono un programma di protezione negli Stati Uniti. Avrei dovuto incastrare Vincenzo Scarantino, che era detenuto nella cella al fianco di quella mia che all’epoca era detenuto per il furto della 126. Ma io dissi più volte di non saper nulla della strage di via d’Amelio. Mi promisero che mi avrebbero aiutato e di non pensarci troppo perchè in carcere si può anche scivolare. Non accettai subito quella proposta, ma dopo un po’ di tempo”. Andriotta ha riferito di aver subito delle minacce quando era detenuto. Parla delle violenze subite, rispondendo alle domande del Pm Stefano Luciani: “Non sapevo nulla della strage di via d’Amelio, ma mi convinsero a fornire delle dichiarazioni. Io pensavo che fossero vere. Una notte, venni prelevato dalla mia cella, verso le tre e buttato all’aria aperta indossando solo un paio di slip”. Andriotta ha anche detto che un agente di polizia penitenziaria, con l’accento palermitano, gli disse che in carcere può accadere di tutto: “L’agente mi disse che un giorno avrebbero potuto anche trovarmi impiccato in cella e nessuno avrebbe creduto all’omicidio. Ero giovane all’epoca, mi minacciarono, amavo troppo la mia ex moglie, avevo due bimbi piccoli e iniziavo ad accarezzare il piacere della libertà. Ecco perchè accettai. Ricevetti anche dei soldi, circa 10-12 milioni delle vecchie lire”.

“Tutto ciò che avrei dovuto riferire sulla strage di via d’Amelio, me lo suggerivano Arnaldo La Barbera e Mario Bo’. Erano loro – ha aggiunto Andriotta – che mi passavano le carte. Quando venivo interrogato dai magistrati, durante qualche pausa per prendere un caffè o fumare una sigaretta, avevo modo di ripassare gli appunti. Queste carte, li strappai nel 2006 mentre ero detenuto nel carcere di Alessandria”. Scarantino – ha detto rispondendo alle domande dei Pm – non mi ha mai detto nulla sulla strage di via d’Amelio. Si limitava solo a dirmi che non c’entrava nulla e che era innocente”. Insomma, sarebbe stato costretto “per anni a mentire”, poi decise di ritrattare, manifestando questo suo desiderio al suo avvocato. Ha anche detto di essere stato più volte picchiato nel carcere di Sulmona, in particolare fra il 2001 e il 2003 e nel 2007. “Nel 2007 – ha sottolineato – alcuni agenti della polizia penitenziaria mi spezzarono un bastone sulla schiena. Prendevo botte in continuazione”. Andriotta, prima della conclusione dell’udienza, ha accusato i vertici della Squadra mobile dell’epoca, sostenendo che gli “hanno fatto fare delle schifezze agli occhi dell’umanità”. Il processo riprenderà domani, alle 9.30, con l’esame dell’imputato e il controesame delle parti civili e del collegio difensivo.

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