Processo “Trattativa Stato-mafia”, Martelli querela per calunnia pentito D’Amico

Processo “Trattativa Stato-mafia”, Martelli querela per calunnia pentito D’Amico

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Claudio Martelli

L’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli ha querelato il pentito Carmelo D’Amico, che interrogato al processo sulla trattativa Stato-mafia, aveva lanciato gravi accuse sul suo conto. L’ex guardasigilli ha presentato querela, attraverso il suo legale Stefano Giordano, per calunnia. D’Amico, si legge nel documento di querela, “durante il suo esame ha reso dichiarazioni gravi, mendaci e calunniose” nei confronti dell’ex ministro Martelli, “che è stato accusato di rappresentare lo Stato nella presunta trattativa con Cosa Nostra avvenuta dopo gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E non solo. Ove ciò non bastasse – prosegue la querela - nel corso del controesame da parte delle difese degli imputati, avvenuto nell’udienza del 15 maggio 2015 il D’Amico non solo ha confermato le dichiarazioni sopra citate; ma ha aggiunto un’ulteriore, grave ed infamante accusa nei confronti dello scrivente. Rispondendo, infatti, alle domande del pubblico ministero, aveva indicato in Andreotti, negli uomini dei servizi segreti e in Provenzano e Riina, i mandanti delle stragi in cui hanno perso la vita Falcone e Borsellino; quindi ha cambiato improvvisamente versione, e ha individuato i responsabili degli attentati in questione in coloro che all’epoca rivestivano le cariche di ministri dell’Interno e di Grazia e Giustizia”. “E’ inverosimile che un soggetto, il quale per circa un ventennio ha militato in Cosa Nostra, non abbia una conoscenza diretta della presunta trattativa con lo Stato, tanto più che nel 1996 era stato nominato il referente per i contatti con le famiglie mafiose palermitane e catanesi. In tale ottica, il continuo richiamo alle confessioni che il Rotolo gli avrebbe fatto in carcere appare strumentale alla volontà di non assumersi la diretta responsabilità per dichiarazioni della cui falsità non può che essere consapevole – si legge nella querela – E, ancora, non si spiega perché il D’Amico abbia omesso di riferire durante i centottanta giorni previsti dalla normativa per i collaboranti quanto poi dichiarato durante la sua testimonianza. Invero, l’odierno querelato ha fornito delle motivazioni alquanto improbabili ed inverosimili, alludendo tra l’altro al presunto timore di essere ucciso in carcere dai servizi segreti, come avvenuto in altre circostanze a lui note, delle quali però – stranamente – non ha saputo riferire alcunché. Egli, inoltre, ha giustificato la lacunosità e tardività delle sue propalazioni prendendo a pretesto l’eccessiva esiguità del predetto termine di centottanta giorni: termine, tuttavia, forse non sufficiente per ricordare tutti gli eventi ed i fatti appresi durante i molteplici anni dedicati alla malavita, ma certamente non idoneo a giustificare un così prolungato vuoto di memoria in ordine a fatti salienti e di estrema rilevanza come quelli relativi a una trattativa tra lo Stato e la mafia e alle stragi di Capaci e Via D’Amelio”.

 

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