Processo trattativa Stato-mafia: pentito D’Amico, un ciclone che spacca in due l’Italia

Processo trattativa Stato-mafia: pentito D’Amico, un ciclone che spacca in due l’Italia

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Il Pm Nino Di Matteo e il pentito Carmelo DAmico

“I servizi segreti arrivano dappertutto, siamo in pericolo sia io che lei dottore Di Matteo, sono capaci di tutto”. Lo ha detto, rivolgendosi direttamente al pm Nino Di Matteo, il pentito Carmelo D’Amico, durante la sua deposizione al processo per la trattativa tra Stato e mafia. “Organizzano anche finiti suicidi in carcere. A proposito, io dico oggi che non ho nessuna volontà di suicidarmi. Godo di ottima salute. Nessuno si deve avvicinare a me - dice D’Amico – Tanti pentiti come Brusca o Giuffrè, e altri collaboratori sanno in piena coscienza che i mandanti delle stragi sono i servizi segreti e i politici. Siccome sanno la potenza dei servizi segreti, non parlano perché sono spaventati. Io ho paura di tutto. Faranno di tutto per eliminarmi”. “Aspettavano da un momento all’altro la notizia dell’uccisione del dottor Di Matteo. Me lo disse Nino Rotolo che parlava, spesso e volentieri, di questo argomento con il boss Enzo Galatolo. Quando parlavano della trattativa, citando Di Matteo, lo definivano ‘cane randagio'”. Il pentito messinese Carmelo D’Amico, è un fiume in piena. Collegato in video conferenza con l’aula bunker del carcere Ucciardone, rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia, D’Amico ha parlato del piano per uccidere il sostituto procuratore Nino Di Matteo, riferendo ciò che sostiene di aver appreso dal boss palermitano Nino Rotolo: “La morte di Di Matteo era voluta sia da Cosa nostra sia dai servizi segreti. Perchè era diventato più pericoloso di Falcone”. Enzo Galatolo, Antonino Rotolo e lo stesso D’Amico, stando alle sue dichiarazioni, sarebbero stati detenuti contemporaneamente nel carcere di Milano Opera in un periodo compreso tra il marzo 2012 e maggio 2014. Il pentito ha riferito anche che i Servizi che inizialmente volevano uccidere anche l’ex pm Ingroia avevano mandato a Provenzano l’ambasciata di uccidere i due magistrati. Ma il boss non voleva più le bombe e allora si decise di procedere con un agguato. “I boss Nino Rotolo e Vincenzo Galatolo – ha aggiunto D’Amico – aspettavano in carcere la notizia dell’omicidio di Di Matteo, ma avevano deciso che cio’ non fosse accaduto, avrei dovuto pensarci io una volta uscito dal carcere”.

“Sono stati i servizi segreti e Cosa nostra a volere la nascita di Forza Italia. E Berlusconi era una pedina nelle mani di Riina, Provenzano e Marcello Dell’Utri”.

Carmelo D’Amico choc nella sua deposizione e aggiunge quando  i pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia affermano che l’interrogatorio era già terminato: “Io ancora non ho finito, devo aggiungere delle cose. Negli anni ’92-’93 i palermitani ci dissero che dovevamo fare saltare un ripetitore delle tv di Berlusconi. Dovevamo farlo saltare io e Sem Di Salvo. Dopo di ciò abbiamo preso un po’ di tempo per farlo saltare. Non è che ci mancava l’esplosivo, ne avevamo quanto ne volevamo. Ma ci arrivò la notizia da Palermo perché avevano sistemato l’estorsione, i palermitani dissero che l’avevano sistemata con Berlusconi”. I palermitani hanno sistemato l’estorsione tramite Marcello Dell’Utri”. E su Forza Italia: “Il partito è nato perché l’hanno voluto i servizi segreti, tramite Dell’Utri, Provenzano e Riina. FI è nata per governare l’Italia e Berlusconi era una pedina, all’epoca, di Dell’Utri, di Riina, di Provenzano e dei servizi segreti. All’epoca tutta Cosa nostra ha votato per Forza Italia, io ero in carcere a Messina per omicidio e ci dissero di votare per Forza Italia, tutti lo abbiamo fatto nel ’94. L’estorsione non è andata più avanti perché si è deciso di fare scendere in politica Berlusconi – dice – Cosa nostra ha investito un sacco di soldi in Berlusconi”. “La condanna a morte del pm Di Matteo la volevano sia Cosa nostra che i servizi segreti, perché stava arrivando a svelare alcuni rapporti di potenti, proprio come il giudice Falcone nel ’92”. Il collaboratore sostiene di avere appreso del progetto di morte del magistrato da Antonino Rotolo, mentre erano detenuti in carcere dal “2012 al 2014″. “I servizi segreti volevano morto prima il dottor Ingroia e poi il dottor Di Matteo – dice – Dovevano essere uccisi solo con un agguato, non con le bombe, perché Provenzano non voleva più le bombe. Dovevo essere io a fare l’agguato appena uscito dal carcere”. D’Amico dice di avere ascoltato in carcere Rotolo “mentre parlava con Vincenzo Galatolo, da una cella all’altra”. “Il nome di Di Matteo non lo hanno mai fatto – dice oggi D’Amico – Lo chiamavano ad esempio ‘cane randagio’. Io chiesi a Rotolo di chi parlavano. E Rotolo mi disse che parlavano del pm Di Matteo. Diceva Rotolo che ‘da un momento all’altro’ aspettavano la notizia che il magistrato venisse ucciso. Lo volevano morto, era già stabilito che il dottore Di Matteo dovesse morire. Rotolo e Galatolo parlavano spesso e volentieri in carcere di Di Matteo, soprattutto quando parlavano del processo trattativa. Io poi ho avuto altri discorsi con Rotolo su Di Matteo. Nino Rotolo mi rivelò che Provenzano non si è mai mosso da Palermo durante la latitanza perchè era protetto dai carabinieri del Ros e dai Servizi segreti. Avevo paura di parlare dei Servizi - ha aggiunto – per questo non l’ho detto prima e ho chiesto un nuovo interrogatorio”. “Non so se il Ros ha avuto un ruolo nella trattativa, ma ha coperto la latitanza di Provenzano”.

“Dopo le stragi mafiose del ’92 politici come Mancino e Martelli si fecero sotto per trattare con Cosa nostra. I servizi segreti avviarono la trattativa e hanno indirizzato Mancino e Martelli a rivolgersi all’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, perché non ci fossero più stragi, per arrivare in altre parole a un compromesso. E Dell’Utri fece il doppio gioco. Me lo disse Antonino Rotolo”.

Per la rima volta, il pentito di mafia Carmelo D’Amico, narra questo episodio: “Rotolo mi disse che Mannino e l’ex ministro Martelli tramite l’ex sindaco Ciancimino fecero la trattativa. In particolare, Ciancimino si rivolse ad Antonino Cinà che era l’ambasciatore di Provenzano e Riina”. E poi aggiunge: “Alla trattativa hanno partecipato anche pezzi da novanta del Ros e anche della Polizia. I servizi segreti volevano prendere il comando di tutto in Italia. Ci sono loro dietro molte stragi in Sicilia. Sono capaci di tutto”. Poi racconta: “Rotolo mi disse anche che Massimo Ciancimino ha raccontato delle bugie, in particolare su quando Provenzano sarebbe andato a casa di Ciancimino”. D’Amico ha poi spiegato: “Totò Riina non voleva accettare i contatti, poi fu convinto da Provenzano e insieme scrissero alcuni punti da proporre allo Stato, come l’alleggerimento delle normative sui sequestri dei beni”. Poi D’Amico ha chiesto al Presidente della Corte d’Assise di Palermo, Alfredo Montalto di “essere tutelato”. “Vi dirò tutto ma mi dovete tutelare, soprattutto la mia famiglia”.

“Cosa nostra, i servizi segreti e alcuni politici volevano governare l’Italia. I mandanti delle stragi del 1992 erano Andreotti e i servizi segreti che avevano poi delegato a Riina, e a cosa nostra, la commissione degli omicidi sia di Falcone” – afferma ancora il collaboratore di giustizia messinese e sottolinea più volte davanti alla Corte d’assise di temere per la sua vita: “Dottore Di Matteo, io sto benissimo. Godo di ottima salute e non mi voglio suicidare. Ma i servizi segreti sono capaci di tutto. Il boss Antoniono Rotolo era al corrente di tutto ciò che accadeva in Cosa nostra e nel suo organigramma nonostante fosse in carcere. Non so come facesse. Ma addirittura mi indicò anche il nome del nuovo capo di Cosa nostra, di cui però non ricordo il cognome”.

D’Amico è stato detenuto nel carcere Opera di Milano in regime del 41bis, nel quale condivise l’ora di socialità con il boss mafioso palermitano Antonino Rotolo dal quale avrebbe appreso anche altri aspetti legati a Cosa nostra e alle stragi del ’92. “Rotolo mi disse che Matteo Messina Denaro non è il capo di Cosa nostra – ha detto  -, perché era capo-mandamento di Trapani. Il capo di Cosa nostra non può essere un trapanese, deve essere palermitano. Rotolo era l’unico soggetto che aveva il giornale in cella. L’unico al 41bis che aveva il giornale”. Sulle stragi del ’92, D’Amico ha detto: “Rotolo mi disse che i mandanti erano Andreotti e altri politici. In particolare dietro c’erano i servizi segreti. I mandanti avevano delegato Riina a commettere la strage, sia per quanto riguarda l’omicidio di Falcone che di Borsellino. Il dottore Falcone era vicino a svelare i contatti tra Cosa nostra, i servizi segreti e questi politici che volevano governare l’Italia”.

“Senza l’appoggio di Cosa nostra Forza Italia andrà a morire”. Lo ha detto il pentito di mafia Carmelo D’Amico Il collaboratore di giustizia è stato ascoltato per quasi quattro ore dai pm Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo. “Oggi Forza Italia andrà a morire perché non ha più l’appoggio di Cosa nostra”, ha aggiunto.

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