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Provenzano, il lungo declino in carcere di un vecchio padrino

Il declino del vecchio padrino comincia il 12 maggio del 2012, quando le videocamere del supercarcere di Parma lo riprendono, nella sua cella, con un sacchetto in testa. Un tentativo di suicidio? Ne dubitano i suoi legali per cui l’episodio e’ uno dei primi segnali della malattia neurodegenerativa da cui Bernardo Provenzano, boss corleonese morto oggi a 83 anni, non si riprendera’ mai. E una “prova” che il capomafia non e’ piu’ quello d’un tempo e’ anche l’audio dell’interrogatorio che, dopo qualche giorno, gli allora pm Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci vanno a fargli in carcere per “sondare” eventuali intenzioni di collaborazione con la giustizia. Parole sconnesse e difficolta’ a rispondere. Provenzano farfuglia e confonde presente e passato. Per alcuni finge, per altri manifesta sintomi di una patologia che galoppa. Poi c’e’ la caduta in carcere, a Parma, a dicembre del 2012. Il padrino riporta un ematoma al cervello, entra in coma e viene operato. Si salva ma non si riprende piu’. I figli Angelo e Francesco Paolo e la moglie Saveria Palazzolo lo incontrano. Lui e’ sempre al 41 bis: regime che non gli verra’ mai tolto. Le immagini girate nella sala colloqui dell’istituto di pena lo riprendono con un berretto in testa. Fatica a tenere in mano la cornetta del citofono interno, stenta a riconoscere i familiari. Da allora lo visitano decine di medici. Consulenti di parte nominati dai legali che chiedono la revoca del regime carcerario duro, periti dei giudici. Imputato nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, viene dal gip dichiarato non in grado di partecipare coscientemente al processo. La sua posizione viene stralciata e periodicamente il boss e’ sottoposto a nuove visite. Una infinita serie di referti finiscono agli atti processuali. Nel procedimento sulla trattativa, in cui ogni sei mesi il gip deve pronunciarsi sulle condizioni del boss, e nei procedimenti sollecitati dai legali di Provenzano, che chiedono, prima la revoca del carcere duro, poi, ai vari tribunali di sorveglianza competenti – da Parma nel frattempo e’ stato trasferito a Milano – la sospensione della pena. Consulenti e periti, salva qualche eccezione, sono netti: il capomafia e’ gravissimo. Le patologie di cui soffre sono “plurime e gravi di tipo invalidante”: dal grave decadimento cognitivo – il boss non parla piu’ da anni – ai problemi dei movimenti involontari, all’ipertensione arteriosa, a una infezione cronica del fegato, oltre alle conseguenze degli interventi subiti per lo svuotamento dell’ematoma da trauma cranico,per l’asportazione della tiroide e per il tumore alla prostata. I giudici gli nominano un curatore speciale: e’ il figlio Angelo, a cui verranno notificati gli atti vista l’incapacita’ mentale del padre. “Come puo’ parlarsi di pericolosita’ e della possibilita’ che mandi messaggi all’esterno se non parla piu’?”, ripetono gli avvocati nelle istanze in cui sostengono che sono venuti meno i requisiti per l’applicazione del 41 bis. Ma la risposta e’ sempre la stessa. Anche se la Cassazione, tra gli ultimi a pronunciarsi, non parla piu’ di pericolosita’. E, nel confermare la decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano che rigetta una delle richieste di differimento pena, parla della necessita’ di tutelare in modo adeguato il diritto alla salute del detenuto. In pratica, sostengono i giudici, in carcere Provenzano viene curato meglio, spostarlo altrove sarebbe piu’ dannoso.

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