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Quando gli agrigentini disconobbero Empedocle e si tennero i tiranni. Come oggi (foto-gallery)

Finalmente dopo tanto Pirandello, Sciascia e Camilleri ci si ricorda di Empedocle che insieme a Pindaro e al don Luigi del Caos rimangono i più veri testimonial di Agrigento.

Ci ha pensato il Parco Archeologico all’omaggio , insieme all’Accademia delle Muse di Favara e all’attore Totò Curaba che hanno messo in scena “La morte di Empedocle” di Holderlin  radunando  un bell’ensemble di attori e scenografi, anzi uno scenografo, quel Lillo Sorce di Favara che con le sue elaborazioni di mapping 3D  “si diverte” a inventare (non da ora, ne abbiamo diffusamente scritto su Grandangolo) figurativamente sogni e bisogni per una scena che va rivoluzionata non solo nelle applicazioni del teatro dei professionisti.

Potrebbe essere un apporto straordinario, quello di Sorce, per un superamento di quei traballanti siparietti che umiliano talora il teatro anche amatoriale.  Agrigento ha avuto sempre un rapporto non proprio eccellente con Empedocle. Sarà magari per via di quelle storiche invettive che il filosofo agrigentino lanciò contro la sua Akragas che lo rifiutò, salvo poi a ricredersi. Empedocle diceva che “gli agrigentini costruivano case come se dovessero campare in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”. (Giorgio Bocca negli anni 80 fece notare che gli agrigentini costruivano la seconda casa, a San Leone, a tre chilometri di distanza dalla prima).

Troppo tardi per un Empedocle disgustato dai suoi concittadini e già deciso a farla finita scomparendo nelle viscere infuocate dell’Etna. E accadde negli anni 90, durante un Convegno di studi pirandelliani, che ancora una volta si manifestò il dissidio “Empedocle-Agrigento moderna” (si fa per dire). Enzo Lauretta, inventore di quel convegno ebbe l’idea di proiettare il film di Jean-Marie StraubLa morte di Empedocle” tratto da  Holderlin.  Straub, per chi non lo sapesse, non è un regista che tenga d’occhio il botteghino e le psicologie correnti degli spettatori, a lui interessa mandare il messaggio  infischiandosene del possibile consenso. Con evidente e somma disperazione dei produttori.

Oggi  suoi film vengono proiettati su Rai Tre in ore notturne e per merito di Ghezzi che cura “Fuori orario”. E così accadde che dopo i primi dieci minuti di proiezione  la gente usciva dalla sala del monastero di Santo Spirito sparando moccoli a tutto spiano e con gli studenti che bivaccavano nel chiostro chiaramontano.

I formidabili “piani sequenza” del regista tedesco non erano digeribili e la solennità della parola declamata dagli attori senza una apparente e tradizionale recitazione li faceva imbufalire. Eppure quel film, rivisto con occhi calmi e mente ragionevole è un esemplare straordinario del pensiero di Empedocle ricreato  e venerato come un testo sacro da Holderlin.  Straub aderì (lui ateo marxista) pienamente a Holderlin e alla “venerazione somma per una natura divina e l’esigenza di fuggire una vita che non sia a misura d’uomo “. Straub fu turbato del riscontro agrigentino e ne fece riferimento nell’intervista che mi rilasciò citando in maniera molto critica quello che l’uomo aveva consentito di fare sul litorale siracusano con le industrie inquinanti  di Priolo Gargallo (su cui oggi ha messo mano la magistratura) e di Gela.

Un accorato richiamo al rapporto “uomo-natura” che non è superfluo dirlo, non è stato “inventato” da Legambiente. E scommettiamo che se l’intervista l’avrebbe rilasciata oggi, avrebbe citato, inorridito (come Empedocle) il rigassificatore di Porto Empedocle.

A proposito, vi siete accorti che le eredità culturali e archeologiche  di Agrigento stanno iniziando a cambiare il modo di pensare dei nostri politici e del nostro sindaco, tutti silenti in fatto di temibili installazioni industriali? Forse avranno letto, in extremis  La morte di Empedocle, di Hölderlin  che spiega la “genealogia della crisi attuale pensando la sua epoca dominata dal neikos (odio, conflitto), dal caos e dallo spirito di scissione, dal tragico insomma.

Un quadro straordinariamente perfetto della politica attuale. Un riferimento, quello di Empedocle e di Holderlin (e perché no, di Straub) alla  natura che  diventa “sempre più incomprensibile agli uomini, che si sono inoltrati nell’isolamento della cultura, dimenticando il tutto vivente”. Empedocle tentò questa  unificazione che però non riuscì a trapiantare negli altri. La sua fine è dunque la morte, con cui “espia la sua divinità”. Anche per questo lo spettacolo-coreografia proposto dall’Accademia delle Muse e da Totò Curaba non merita la polvere che di solito cade sugli spettacoli teatrali e merita, come altri spettacoli recenti  la cui memoria si perde nel tempo, una ripetizione, magari al Teatro Pirandello. 
testo e foto di Diego Romeo

mi-piace

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