Pubblicato il: gio, apr 12th, 2012

Ricorrenze/Gaza, Arrigoni e una fine ancora avvolta nel mistero

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“Il problema palestinese noi lo vediamo in termini geopolitici, le masse arabe in termini etici”                                                                                                             Igor Man Lo Specchio, 2003

Contrarie alla pena di morte, Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni, la madre e la sorella di Vittorio Arrigoni, sono rimaste ferme sui propri principi anche di fronte al brutale assassinio del loro congiunto. Avvenuto a Gaza un anno fa ad opera – si dice – di una cellula salafita. Ciò non toglie che non abbiano mai smesso, com’è giusto, di chiedere chiarezza e giustizia per la fine – non senza misteri – dell’attivista italiano che aveva dedicato la vita alla causa palestinese. Chiarezza e giustizia? Undici o dodici udienze fino ad oggi, ne abbiamo perso proprio il conto, del processo iniziato l’otto settembre del 2011 sono andate nella direzione opposta. Al punto da suscitare forti dubbi sul tribunale di Gaza. Vuole davvero arrivare alla verità sul sequestro e l’assassinio di Vittorio Arrigoni, Vik per gli amici? L’udienza del 5 gennaio scorso è durata addirittura cinque minuti: il tempo di registrare, prima di aggiornarla, che uno dei quattro imputati, agli arresti domiciliari, non era presente nella gabbia dell’aula e che la difesa non era ancora in possesso delle prove prodotte dalla procura militare. Qualcosa non quadra. Sin dall’inizio del processo, la procura aveva assicurato tempi brevi; e le stesse assicurazioni erano state date ai familiari di Arrigoni dal governo di Hamas. Ci chiediamo come sia stato possibile, in prossimità di un’udienza così importante, non tenere sotto controllo Amr Abu Ghoula, l’imputato assente, e consentirne la fuga. Era agli arresti domiciliari perché accusato di favoreggiamento e non dell’assassinio di Arrigoni. L’udienza del 5 gennaio era diventata importante per i nuovi particolari emersi dalle confessioni rese alla polizia da due imputati e consegnate al manifesto da una agenzia giornalistica di Gaza. Uno dei due, il vigile del fuoco Khader Ijram, dichiarava di aver fornito informazioni precise, sui movimenti di Arrigoni, a Thamer Hasasnah che ne ha tecnicamente organizzato il sequestro; l’altro, Mahmud Salfiti, appena arrestato, confessa alla polizia che la decisione di uccidere l’ostaggio italiano era stata sì presa dal giordano Rahman Breizat, il giovane capo della cellula salafita, ma che ad ucciderlo erano stati in tre. Quindi, non solamente Breizat (poi ucciso durante uno scontro a fuoco con la polizia di Hamas) come si pensava in un primo momento. Uccidere Arrigoni, di fronte al rifiuto del governo di Gaza di scambiarne la liberazione con quella dello sceicco salafita al Maqdisi, e poi darsi alla fuga. Ma è questa la ricostruzione definitiva dei fatti? L’eliminazione di Vik è da considerare soltanto come il risultato di una frettolosa consultazione tra tre membri di una cellula terroristica? Il giornalista italiano, soprannominato Utopia, è stato semplicemente la vittima di una faida interna alla galassia del terrorismo islamico? La lentezza del processo e i sospetti di insabbiamento che vi gravano dicono di no. Quanto ad Amr Abu Ghoula, testimone chiave, che fine ha fatto? Contro di lui è stato spiccato un mandato di cattura, ma non sembra tanta la voglia di cercarlo e di trovarlo. E l’impressione generale è che, tra un rinvio e l’altro del processo – rinvii  giustificati dalle autorità con “motivi di sicurezza” – si stia cercando di chiudere la vicenda addossando tutte le responsabilità all’uomo che non più parlare, a quel Breizat ucciso dalla polizia. Un processo farsa che la dice lunga sullo stato della giustizia palestinese e che non esclude ombre su possibili complicità esterne. Arrigoni era inviso sia ai salafiti islamici, che lo consideravano vicino al governo di Hamas, che alla destra estrema israeliana per la quale è sempre stato un bersaglio da colpire. Un personaggio scomodo per tanti. Dal suo blog, Guerrilla Radio, raccontava l’inferno quotidiano di un povero popolo. E prima di morire si era occupato dell’assedio di Itamar e del massacro di una famiglia di coloni. Jewish Chronicle, il settimanale della comunità ebraica pubblicato a Londra, scrisse che meritava di morire perché era più antisemita di Hitler. Ma Arrigoni, arrivato a Gaza nel 2008, era vicino solo alle sue idee pacifiste e umanitarie e al suo  International Solidarity Movement. Faceva politica. La faceva in modo nobile: dalla parte dei palestinesi poveri e per il rispetto dei diritti umani. Faceva quello che in certi luoghi del mondo, e sono tanti purtroppo, dovrebbe fare l’Onu neghittoso e inutile di oggi. Lui faceva ancora di più: faceva da scudo umano ai pescatori e ai contadini  che oltrepassavano il “limite proibito”. Il limite estremo di una zona di guerra. Oltre il quale una gragnola di proiettili ti si abbatte contro. Gaza era diventata casa sua. Ma un anno fa Vik (la notizia arrivò alle quattro del mattino), dopo essere stato ferito e pestato, venne strangolato da quelli che l’avevano rapito. Aveva solo trentasei anni. Ci ha lasciato un libro, Gaza restiamo umani, e tante corrispondenze per il manifesto in cui c’è tutto il suo impegno per un mondo giusto e senza guerre.

 

 

 

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