Cronaca

Riparte in Appello la storia infinita: l’omicidio di Paolo Vivacqua

Pubblicato il Gen 2, 2017
Riparte in Appello la storia infinita: l’omicidio di Paolo Vivacqua

Reggeranno in appello le dichiarazioni del 51enne pregiudicato siciliano Gino Guttuso, supertestimone del processo per l’uccisione a Desio di Paolo Vivacqua?

Paolo-Vivacqua-la-vittima-Germania-Biondo-il-presunto-amante-Diego-Barba-Antonio-Giarrana-Antonio-Radelli-Salvino-La-Rocca

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Il Tribunale di Milano ha fissato l’udienza per il 15 marzo 2017. La Procura di Monza ha appellato la sentenza di primo grado che condanna Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana e Antonio Radaelli e manda assolta Germania Biondo. Ed accusa Guttuso di falsa testimonianza.

Ambiguo personaggio Gino Guttuso. Sette mesi prima che il rotamat di Ravanusa venisse ucciso da un killer che l’aspettava nel suo ufficio di via Bramante da Urbino, il giudice Giovanni Puliatti del Tribunale di Grosseto lo definiva “delinquente abituale” condannandolo a 5 anni e 3 mesi di carcere per estorsione al titolare del night club “Gilda” di Follonica a cui aveva promesso  protezione. Fatti risalenti agli anni tra il 2000 e il 2003.

I-cinque-arrestati-per-lomicidio-di-Paolo-Vivacqua.

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Chiusa la turbolenta parentesi in terra toscana, nel 2007, Guttuso s’era stabilito a Desio allacciando rapporti con esponenti della n’drangheta ed in particolare con il gruppo di Giuseppe Pensabene, arrestato nell’ambito dell’inchiesta Tibet per la “banca fantasma” di Seveso. Viene indagato per estorsione, ma non rinviato a giudizio.

Nel 2010, in carcere a Monza divide la cella con Davide Licari e conosce Antonio Vivacqua, arrestato nell’ambito dell’inchiesta di Brescia sulle false fatture emesse da società del settore dei rottami.  La mattina del 14 novembre 2011 quando – secondo la ricostruzione dell’omicidio –  Paolo Vivacqua viene ucciso, Gino Guttuso si trovava nei pressi dell’ufficio di Vivacqua. Interrogato in carcere il 15 marzo 2013 dal sostituto procuratore Donata Costa presente il brigadiere Mosca del Nor carabinieri di Desio dichiara: “Conosco Paolo Vivacqua da vent’anni. Entrambi frequentavamo a Desio la pizzeria di Saverio Tartaglia. Nulla so dell’omicidio ne posso sapere chi potesse avercela con Paolo. Come ho detto non lo frequentavo e quindi nulla sapevo della sua vita professionale e privata”.

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Dichiarazioni ben diverse quelle che rende il 27 gennaio 2014. Gli viene chiesto conto di alcune utenze telefoniche e così risponde: “Tra il 2011 e il 2012, quando ero in libertà, ho avuto in uso diverse utenze telefoniche intestate a terze persone anche cinesi. Frequentavo il bar sotto la stazione ferroviaria di Desio ed è lì che ho conosciuto Giarrana, ci siamo scambiati i numeri…”. Racconta dell’incontro (ottobre 2011) a casa di Giarrana presente Radaelli durante il quale La Rocca parlò di una possibile rapina a Paolo Vivacqua per sottrargli 300 mila euro. Dice non ricordarsi della telefonata alle 8.13 del mattino del giorno dell’omicidio. E neppure ricorda quella da lui fatta alle 11.41 a La Rocca; ricorda invece bene di aver portato a casa di Giarrana la sera del 13 novembre il suo scooter Kymco e di averlo riavuto all’indomani “con del nastro adesivo che copriva la targa”.  

Personaggio ambiguo e fragile Gino Guttuso. Che prima dichiara di non sapere nulla di Paolo Vivacqua e dieci mesi dopo firma il verbale che diventa la pietra portate del processo accusatorio contro Diego Barba, Salvino La Rocca, Antonino Giarrana, Antonio Radaelli e Germania Biondo, l’ex moglie, musa ispiratrice  di una rapina di 300 mila euro all’uomo che l’ha lasciata senza soldi ed è andato a convivere con la rumena Lavinia Mihalache da cui ha avuto un figlio.

In appello i difensori cercheranno di far crollare la tesi dell’omicidio pensato dagli amanti diabolici. Eseguito da Giarrana e Radaelli sulle cui spalle hanno già il peso dell’altro delitto: quello di Franca Lo Jacono, consuocera di Paolo Vivacqua. Trent’anni ciascuno, pena definitiva avendo patteggiato.

Oltre all’avvocato Gianluca Orlando che l’ha difeso in Assise, Diego Barba si affida a Manuela Cacciuttolo, avvocatessa di grande esperienza che ribadisce: “Quella di Paolo Vivacqua è stata un’esecuzione mafiosa. Il killer lo aspettava dentro l’ufficio. Ha sparato 7 colpi e si è allontanato senza toccare nulla”.

Chi ha dato al killer le chiavi per entrare dentro l’ufficio in cui da pochi giorni era stata installata la cassaforte? I lavori erano stati fatti dall’impresa di Domenico Zema. Vivacqua aiutava Zema prestandogli soldi per le sue società in crisi. Al tempo stesso Zema teneva stretti contatti con Giuseppe Pensabene. Intercettato sulla sua Bmw, Pensabene chiede a Zema che effetto gli ha fatto l’incontro con Mario Morgante “plurimiliardario e costruttore di centinaia di appartamenti; è umile e non parla a vanvera come fanno quelli che incontro a pranzo al DiVino”. “L’ho visto solo cinque minuti ma mi ha fatto una buona impressione”, risponde Mimmo  Zema.

Già, il “DiVino”, ristorante di Concorezzo frequentato dal gotha della n’drangheta brianzola. Proprietario dell’immobile di via Kennedy attraverso la società Martesana, era il costruttore di Vimercate Giuseppe Malaspina visto spesso in compagnia di Salvatore Arnone della fallita Sofia Scavi, frequentato dal cugino di Malaspina, Fausto Giordano, indagato nell’inchiesta “Infinito” per i rapporti con Marinella Pio, figlia di Domenico Pio; arrestato e condannato ad una pena di 4 anni e 6 mesi per aver fatto pare del gruppo criminale di Pensabene dal giugno 2010 al febbraio 2012. Nello stesso stabile abitava l’appartenente alla Locale di Desio Bartolo Foti in rapporto d’affari con Malaspina.

Qualche volta al “DiVino” aveva cenato anche Paolo Vivacqua. Con gli inseparabili Mario Infantino e Calogero Licata Caruso. Immancabile il trio sedeva ai tavoli della “Taverna” di Desio e al ristorante di Saverio Tartaglia. In entrambi questi locali il “banchiere della n’drangheta” è dovuto intervenire per far cessare  il tentativo di estorsione messo in atto da Antonio Robertone detto “Ciccio Pansa” alla “Taverna” e al ristorante del Tartaglia per le quote societarie di cui i componenti della famiglia Facchineri s’erano impossessati per un debito contratto dal Tartaglia.

Ci sono poi fatti inquietanti che legano episodi avvenuti in Brianza tra il 26 ottobre e il 10 dicembre 2011. Il 26 ottobre a Velate avviene il tentativo di rapimento di Carlo Malspina, fratello di Giuseppe titolare di una infinità di società immobiliari; il 3 novembre una bottiglia incendiaria viene lanciata contro gli uffici del Malaspina; il 14 a Desio viene ucciso Paolo Vivacqua, il 18 colpi di pistola vengono sparati contro la Gimal di Vimercate e il 10 dicembre un ordigno esplosivo manda in frantumo le vetrine della Progeam, società di Adriana Foti, moglie separata di Giuseppe Malaspina. Apparentemente nessun nesso tra questi episodi. Anche perché la magistratura ha già fatto il suo corso condannando in via definitiva gli autori del tentato sequestro.

Se si considera però che Giuseppe Pensabene – nato a Montebello Jonico come Malaspina – é immediatamente informato da Fausto Giordano degli accadimenti tanto che ne parla con l’avvocato Emanuele Sangiovanni dicendo: “C’è un paesano mio che è miliardario…questi ha immobili da tutte le parti…solamente ha che deve fottere tutti, non deve pagare a nessuno, lui non paga neanche gli operai…adesso gli hanno mandato il fratello in ospedale, gli hanno sparato alle vetrine…per lui è più forte l’orgoglio dei soldi, la propria dignità, la propria personalità…quando c’è da mangiare mangiamo tutti…c’è però gente che non è capace e chi ce l’ha nella pancia, nell’anima che devono essere proprio…fottere e basta”. Da parte sua Giordano dice al cugino: “Queste sono cose da bambini…ascolta me”

Giuseppe Pensabene conosce benissimo Giuseppe Malaspina così come conosce benissimo Paolo Vivacqua avendo come suo braccio destro Giuseppe Vinciguerra che da Vivacqua ha rilevato la Ramit e l’ha consigliato nell’apertura di conti nelle banche di San Marino. Sanno che la vendita a Bricoman del terreno di Carate gli ha fruttato oltre 5 milioni, sanno che, naufragata la possibilità di aprire a Ravanusa un moderno impianto di rifiuti ha deciso di diversificare la sua attività lasciando ai figli la società di rottami, trasferirsi in Svizzera e dedicarsi all’acquisto di immobili. Con un occhio di riguardo verso la Romania, paese della compagnia Lavinia Mihalache.  

Forse questo suo progetto da qualcuno non è stato gradito. E gli ha mandato il killer.

Poi, per depistare, ha fatto girare la voce della valigia piena di soldi custodita nel garage della consuocera di Vivacqua. E nella trappola sono finiti Antonino Giarrana e Antonio Radaelli. Inesistente la valigia.

La fine è però stata tragica. Per Franca Lo Jacono.


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